
Il caso del bambino undicenne abbandonato al freddo sulle montagne del bellunese vede finalmente una testimonianza diretta dall’autista coinvolto. L’uomo, profondamente scosso, ha scelto di raccontare la sua versione dei fatti alla stampa locale, esprimendo un mix di rimorso e giustificazione per l’episodio che ha suscitato indignazione pubblica. «Ho commesso un grave errore. Mi pesa il cuore, ripensandoci con calma riconosco di aver sbagliato. Chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia», ha dichiarato, descrivendo i concitati momenti alla fermata di San Vito di Cadore. Il piccolo doveva tornare a Vodo di Cadore ma un problema legato al titolo di viaggio ha bloccato il suo rientro: «Gli ho detto che il biglietto da 2,5 euro non era valido e che doveva pagare con bancomat o essere in possesso di abbonamento. È sceso, è stata questione di un minuto».
L’autista ha spiegato che la sua azione è stata dettata da una stretta osservanza delle norme aziendali. Secondo quanto riferito, «l’azienda ci ha impartito istruzioni precise: invitare a scendere chi non possiede titolo di viaggio valido». Tuttavia, la direttiva non prevedeva eccezioni per i minorenni: «Non ci è stato detto nulla riguardo ai bambini che dovrebbero salire comunque. Sono molto dispiaciuto, non ho chiuso occhio tutta la notte. A mente lucida gli avrei pagato io il biglietto, piuttosto che lasciarlo fuori con la neve».
Le condizioni di lavoro e l’aggressione verbale subita
L’autista ha definito quella mattina «una giornata infernale», aggravata da condizioni meteorologiche difficili e traffico rallentato dalla neve. Ha inoltre raccontato di essere stato vittima di insulti razzisti da parte di un passeggero irritato per il ritardo accumulato: «Un uomo mi ha accusato di essere in ritardo, ripetendo ‘i Borboni vengono qua e fanno quello che vogliono’ dopo aver sentito il mio accento meridionale».
Una donna ha filmato l’episodio con il cellulare mentre l’autista, sopraffatto dalla pressione, ha ammesso: «Mi sono fermato, avevo le gambe che tremavano, ho chiamato il mio responsabile a Calalzo». Ha quindi informato l’azienda della sua impossibilità a continuare il servizio in quelle condizioni. Nonostante lo stress e la tensione, l’uomo ha ribadito di non voler giustificare la sua condotta nei confronti del bambino e si è dichiarato disponibile ad assumersi eventuali responsabilità disciplinari o legali legate all’indagine aperta sul caso.