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Rocco Schiavone non è il classico investigatore che vuole piacere. Ed è proprio questo il motivo per cui continua a funzionare così bene

I tramezzini di Rocco Schiavone di Antonio Manzini riporta ancora una volta al centro uno dei personaggi più amati del noir italiano contemporaneo: scorbutico, malinconico, ironico e profondamente umano.

Ma ridurre Rocco Schiavone a un semplice vicequestore fuori dagli schemi sarebbe un errore.

Perché nei romanzi di Manzini il mistero è importante, certo. Però il vero centro resta sempre lui: la sua solitudine, il suo modo di stare al mondo, la fatica continua di convivere con il passato.

Un personaggio che sembra vivere davvero

La forza di Schiavone è che non appare mai costruito.

Ha difetti evidenti:

  • è irritabile
  • spesso arrogante
  • insofferente alle regole
  • incapace di adattarsi davvero

Eppure riesce continuamente a creare empatia.

Perché sotto il sarcasmo e il cinismo si percepisce sempre una tristezza profonda, quasi permanente.

Il titolo dice già molto

Come spesso accade nei libri di Manzini, anche il titolo apparentemente leggero nasconde altro.

I tramezzini diventano simbolo di quotidianità, abitudini, piccoli rituali che servono a tenere insieme una vita piena di crepe.

Ed è questo uno degli aspetti più belli della serie: dentro i delitti e le indagini c’è sempre spazio per dettagli normalissimi che finiscono per raccontare moltissimo dei personaggi.

Aosta continua a essere una protagonista silenziosa

Anche in questo libro l’ambientazione conta tantissimo.

Aosta, con il suo freddo, il silenzio, la neve e le distanze, continua a sembrare il luogo perfetto per Schiavone.

Una città che non lo accoglie completamente, ma che ormai gli somiglia.

Manzini riesce sempre a usare il paesaggio per riflettere lo stato emotivo dei personaggi.

Il noir qui diventa quasi esistenziale

I casi investigativi funzionano, hanno ritmo e tensione. Ma il romanzo non vive soltanto di questo.

C’è qualcosa di più profondo che attraversa continuamente la narrazione:

  • il rimpianto
  • la memoria
  • la perdita
  • il tempo che passa

E Schiavone appare sempre come un uomo che continua ad andare avanti anche se una parte di lui è rimasta bloccata altrove.

Lo stile di Manzini resta uno dei più riconoscibili del noir italiano

La scrittura è diretta, molto dialogata, piena di ironia secca e osservazioni taglienti.

I dialoghi sembrano veri. I personaggi parlano come persone reali, non come figure letterarie troppo perfette.

Ed è proprio questo che rende i libri così scorrevoli.

Perché Rocco Schiavone continua a piacere così tanto

Probabilmente perché è un personaggio stanco.

E nella sua stanchezza molte persone si riconoscono.

Non è un eroe impeccabile. È uno che continua a vivere trascinandosi dietro errori, dolore e nostalgia.

Ma continua comunque ad alzarsi ogni mattina.

Quello che resta davvero

Alla fine del libro restano certamente il caso, i dialoghi, l’ironia. Ma soprattutto resta l’atmosfera.

Quella sensazione tipica dei romanzi di Manzini in cui anche le pause, i silenzi e le abitudini quotidiane sembrano avere un peso emotivo enorme.

Una chiusura che sa di fumo, neve e malinconia

Come sempre con Rocco Schiavone, il libro non lascia soltanto curiosità per il prossimo caso.

Lascia soprattutto la sensazione di aver passato del tempo accanto a una persona vera.

Una di quelle persone che non cercano mai di sembrare migliori di ciò che sono.

E forse è proprio per questo che finiscono per restare così impresse.