Una storia di confine
Con Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Ilaria Tuti affida ancora una volta al Friuli il compito di custodire una vicenda rimasta ai margini della memoria collettiva. Pubblicato da Longanesi il 16 giugno 2026, il romanzo conta 320 pagine e unisce il destino di una donna a uno degli episodi meno raccontati della Seconda guerra mondiale: l’arrivo dei cosacchi in Carnia nel 1944.
Al centro della storia c’è Serafina, cresciuta in una terra montana dove fede, superstizione e sapere femminile convivono. La protagonista eredita dalla nonna la conoscenza dei “santuari del respiro”, piccole chiese nelle quali venivano portati i neonati nati morti, nella speranza di cogliere un ultimo soffio di vita che consentisse loro di essere battezzati.

Serafina, una donna tra passato e futuro
Serafina è una figura costruita sul confine. È legata a riti antichi, ma è anche indipendente, curiosa e appassionata di ingegneria. Vive sola, è rispettata dalla comunità e viene chiamata quando un parto diventa difficile. In lei convivono la custode di una tradizione e la donna che desidera scegliere autonomamente il proprio destino.
È proprio questa complessità a renderla il cuore del romanzo. Serafina non è presentata come un’eroina invulnerabile, ma come una persona ferita, costretta a confrontarsi con paure, segreti e perdite.
La sua forza non nasce dall’assenza di fragilità. Nasce dalla capacità di non lasciare che il dolore cancelli la compassione.
La guerra entra nelle case
Nell’estate del 1944, l’arrivo di un contingente cosacco sconvolge la vita della Carnia. Gli uomini giunti da Est, impiegati dai tedeschi contro la Resistenza, non attraversano semplicemente il territorio: vi si insediano, occupano le abitazioni e impongono alla popolazione una convivenza segnata da violenze, saccheggi e paura.
Ilaria Tuti racconta questo evento evitando una rappresentazione troppo semplice della guerra. Da una parte non attenua la brutalità dell’invasione; dall’altra osserva ciò che accade quando persone destinate a considerarsi soltanto nemiche sono obbligate a condividere spazi, fame, lutti e incertezze.
Il romanzo trova così la propria forza nel contrasto tra ferocia e pietà. Gli invasori non vengono assolti, ma neppure ridotti a figure senza volto. Sono uomini, donne e famiglie trascinati dalla Storia, portatori di un’altra lingua, di altri riti e di altre ferite.
Nel riconoscimento reciproco nasce una possibilità minima di comprensione, fragile ma essenziale. Il libro racconta infatti l’incontro tra due popoli che avrebbero dovuto soltanto sottomettere o soccombere, ma che finiscono per scoprire nell’altro un riflesso della medesima umanità.
Una scrittura intensa e suggestiva
La prosa di Ilaria Tuti è evocativa, ricca di immagini naturali e di simboli. I boschi, le montagne, il vento e la luce non fanno soltanto da sfondo: riflettono gli stati d’animo dei personaggi e rendono il paesaggio parte viva del racconto.
Il titolo riassume bene questa continua tensione. La notte rappresenta la guerra, la perdita e la paura; l’alba indica invece la possibilità di ricominciare. Il romanzo non propone una speranza facile, ma una luce conquistata attraversando il buio.
L’autrice dedica particolare attenzione anche al sapere delle donne, spesso tramandato lontano dai libri e dalle istituzioni. Le protagoniste custodiscono corpi, nascite, morti e memorie. In un mondo sconvolto dagli eserciti, sono loro a difendere ciò che resta della comunità e della vita quotidiana.

I punti di forza del romanzo
Il principale pregio del libro è la capacità di riportare alla luce una pagina storica poco conosciuta senza trasformarla in una semplice lezione. La grande Storia entra nella vita concreta dei personaggi e mostra le conseguenze della guerra sulle case, sulle famiglie e sulle identità.
Molto riuscita è anche Serafina, protagonista credibile proprio perché divisa tra ombra e luce, tradizione e desiderio di futuro. Il romanzo parla di guerra, ma soprattutto di ciò che le persone diventano quando il loro mondo crolla.
Un altro elemento importante è l’assenza di facili divisioni. Il bene e il male non vengono confusi, ma l’autrice lascia emergere le contraddizioni degli esseri umani: la crudeltà può convivere con un gesto di pietà, mentre la paura può trasformarsi lentamente in conoscenza.
Un ritmo più contemplativo
Il possibile limite riguarda il ritmo. Chi associa Ilaria Tuti soprattutto ai thriller dedicati a Teresa Battaglia potrebbe trovare questa narrazione più lenta e contemplativa. Le atmosfere, i simboli e l’interiorità hanno spesso più spazio dell’azione.
Non si tratta, però, di una vera debolezza. È una scelta coerente con un romanzo che vuole lasciare sedimentare emozioni e domande, anziché affidarsi soltanto alla tensione narrativa.
È quindi un libro più adatto a chi cerca una storia da assaporare con attenzione che a chi desidera un racconto rapido e ricco di continui colpi di scena.
Giudizio finale
Ed è un poco la notte e un poco l’alba è un romanzo storico intenso e doloroso, ma attraversato da una profonda fiducia nella capacità umana di ricominciare.
Ilaria Tuti racconta una terra ferita e una donna che, mentre ogni certezza viene distrutta, tenta di conservare uno spazio per la pietà. Serafina diventa così il simbolo di chi resiste non soltanto sopravvivendo, ma evitando di perdere la propria umanità.
È una lettura consigliata a chi ama le storie femminili, i romanzi ambientati durante la Seconda guerra mondiale e le opere capaci di unire memoria locale e grandi interrogativi universali.
Il messaggio conclusivo è semplice e potente: anche nei momenti più oscuri, l’essere umano può scegliere se alimentare la notte oppure cercare, con fatica, la prima luce dell’alba