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il prezzo dei sogni nella Sicilia che viveva sottoterra

Ci sono romanzi nei quali un territorio rimane sullo sfondo e altri in cui diventa una forza capace di decidere la vita dei personaggi. In La zolfatara la Sicilia non è una semplice ambientazione: pesa sulle spalle, entra nei polmoni, stabilisce chi può studiare, chi deve lavorare e persino chi è autorizzato a desiderare un futuro diverso.

Con il suo esordio nella narrativa, Irene Di Liberto porta il lettore nella Sicilia mineraria dei primi anni del Novecento e costruisce una saga familiare di 432 pagine nella quale la memoria privata incontra la storia collettiva. Pubblicato da Piemme nel giugno 2026, il romanzo nasce anche dai racconti del nonno paterno dell’autrice, che da bambino lavorò come caruso nella zolfara di Casteltermini. 

In superficie: una ragazza con un desiderio sconveniente

La storia comincia nel 1909, a Castellatani, un paese dell’entroterra siciliano la cui esistenza dipende dalla grande miniera sulla collina. Teresa è appena diventata adulta, ma il suo futuro sembra essere stato stabilito da tempo. Sogna di diventare maestra, di insegnare ai bambini a leggere e, soprattutto, di mostrare loro che il destino ricevuto alla nascita non deve necessariamente essere quello definitivo.

Nella realtà in cui vive, però, il sogno di una giovane donna conta meno della povertà della sua famiglia. La madre Pina, preoccupata per il comportamento violento del marito e convinta di dover proteggere la figlia, decide di darla in sposa a Giovanni, uno zolfataro abituato fin dall’infanzia all’oscurità dei cunicoli.

Il loro non è un matrimonio nato dalla passione, ma dalla necessità. Giovanni rappresenta una sicurezza fragile: un uomo onesto, un salario insufficiente e un lavoro dal quale si potrebbe non tornare. Da questa unione imposta, tuttavia, nasce gradualmente un sentimento autentico, fatto più di responsabilità condivise che di grandi dichiarazioni.

Senza anticipare gli snodi decisivi, la vicenda si allarga poi oltre la coppia. Il percorso di Teresa attraversa separazioni, lavoro, maternità e spostamenti, mentre i figli Antonio e Carmelina crescono scegliendo direzioni opposte: il primo rimane legato al paese e alla memoria familiare, la seconda cerca nello studio e nella partenza per Milano una possibilità di emancipazione. 

La discesa: quando la miniera diventa una legge

Il vero centro del romanzo non è soltanto la zolfatara come luogo di lavoro, ma il sistema sociale che si forma intorno a essa. La miniera offre occupazione, ma in cambio reclama salute, infanzia e libertà. Dà da mangiare alle famiglie e contemporaneamente impedisce loro di immaginare un’economia diversa.

Irene Di Liberto descrive la discesa degli uomini nei sotterranei come un rito quotidiano nel quale la paura non può essere dichiarata. I minatori si affidano ai santi, accendono micce, scavano e aspettano che la montagna restituisca zolfo invece di crollare sulle loro teste. La povertà trasforma persino i lavori più pericolosi in occasioni contese: chi rischia di più può guadagnare qualche moneta aggiuntiva.

Accanto agli adulti ci sono i carusi, bambini e adolescenti incaricati di trasportare il minerale lungo passaggi stretti e scalinate ripide. Le loro dimensioni ridotte, anziché proteggerli, diventano la ragione dello sfruttamento: possono raggiungere punti nei quali gli uomini non riescono a entrare e portare sulla schiena carichi che deformano il corpo prima ancora che sia completamente cresciuto. L’estratto ufficiale del romanzo restituisce questa realtà attraverso immagini fisiche, dialoghi in siciliano e un ritmo breve, quasi affannato. 

La zolfatara finisce così per assumere le caratteristiche di una divinità crudele. È temuta, ma anche ringraziata; uccide, ma è considerata indispensabile; condanna gli abitanti del paese e, nello stesso tempo, li convince di non poter vivere senza di lei.

La vena più preziosa: il sogno di Teresa non riguarda soltanto Teresa

Il desiderio di diventare maestra potrebbe sembrare un elemento individuale, ma nel romanzo acquista un significato più ampio. Teresa non vuole soltanto migliorare la propria posizione. Comprende che l’istruzione può interrompere la trasmissione ereditaria della miseria.

Nelle famiglie di Castellatani il mestiere passa spesso dal padre al figlio, mentre le rinunce delle madri rischiano di ripetersi nelle vite delle figlie. Imparare a leggere significa allora scoprire che esistono altri luoghi, altri lavori e altre forme di esistenza. La scuola diventa l’opposto della miniera: la prima apre possibilità, la seconda restringe progressivamente lo spazio vitale.

È questo contrasto a dare al romanzo la sua immagine più efficace. Sotto terra gli uomini avanzano curvi, respirando polvere; in superficie Teresa tenta di insegnare ai bambini a sollevare lo sguardo. Non è una contrapposizione ingenua tra oscurità e luce, perché anche lo studio comporta sacrifici e non garantisce automaticamente il riscatto. Rappresenta però il primo strumento attraverso il quale una nuova generazione può provare a scegliere.

Una storia d’amore che nasce dopo il matrimonio

Uno degli aspetti più riusciti di La zolfatara è la relazione tra Teresa e Giovanni. Il romanzo non trasforma il matrimonio combinato in una favola romantica e non cancella la limitazione iniziale della libertà della protagonista. Mostra invece come due persone, unite da decisioni altrui, possano imparare lentamente a riconoscersi.

Il loro amore cresce nella quotidianità: nell’attesa del ritorno dalla miniera, nella preoccupazione per il denaro, nella protezione reciproca e nei piccoli gesti che assumono valore proprio perché compiuti in una vita quasi completamente priva di comodità.

Giovanni non è il salvatore che realizza i desideri di Teresa. È un uomo a sua volta prigioniero del sistema minerario, educato a nascondere la paura e a considerare inevitabile la propria condizione. Teresa, dal canto suo, non viene presentata come un’eroina invulnerabile. Esita, subisce, accetta compromessi e continua a cercare uno spazio nel quale conservare almeno una parte di sé.

La voce del romanzo: calore, dialetto e memoria orale

Irene Di Liberto proviene dalla poesia e dalla letteratura per l’infanzia ed è stata segnalata al Premio Strega Poesia 2024 con la raccolta Post poesia. Questa esperienza si riconosce nella ricerca di immagini immediate e nella tendenza ad attribuire un valore simbolico agli oggetti, ai corpi e ai paesaggi. 

La scrittura è accessibile, emotiva e fortemente narrativa. Il dialetto siciliano compare nei dialoghi e nei canti senza trasformare il testo in un esercizio linguistico difficile da seguire. Serve soprattutto a restituire l’oralità di una comunità nella quale le storie, prima di essere scritte, venivano tramandate tra genitori e figli.

L’autrice ha spiegato di avere tratto ispirazione dai racconti del nonno e di considerare il romanzo anche un modo per impedire che quella memoria orale venga dispersa. La componente familiare non rende però il libro una biografia mascherata: il ricordo personale diventa il punto di partenza per raccontare una condizione vissuta da migliaia di lavoratori e dalle loro famiglie. 

Dove la narrazione perde un po’ di profondità

La grande partecipazione emotiva dell’autrice costituisce una forza, ma talvolta diventa anche un limite. In alcuni passaggi il romanzo tende a spiegare apertamente il significato di una scena, invece di lasciare che siano i gesti e i dialoghi a produrre da soli l’emozione.

Anche alcuni personaggi secondari appaiono costruiti soprattutto per rappresentare una condizione: il padre violento, la madre sacrificata, il lavoratore rassegnato, la giovane che cerca il riscatto. Sono figure coerenti con il mondo narrato, ma non sempre possiedono le contraddizioni e le zone d’ombra che rendono più imprevedibili i protagonisti migliori.

La successione di privazioni, incidenti e separazioni rischia inoltre, nei momenti più drammatici, di accumulare una sofferenza eccessiva. Il libro convince maggiormente quando osserva la vita ordinaria — un pasto povero, un’attesa, una lezione improvvisata, un ritorno dalla miniera — rispetto a quando insiste sulla tragedia per aumentare l’intensità.

Sono debolezze che non compromettono l’efficacia complessiva della storia, ma distinguono un esordio narrativo molto sentito da un romanzo pienamente risolto in ogni sua parte.

Tornare in superficie: ciò che rimane dopo l’ultima pagina

Il richiamo a Verga e, in particolare, al mondo di Rosso Malpelo è quasi inevitabile. Ci sono i carusi, la miseria, il lavoro che consuma l’individuo e una comunità nella quale ribellarsi sembra spesso più difficile che rassegnarsi. La zolfatara, però, non cerca di riprodurre semplicemente il Verismo.

Irene Di Liberto sposta il centro del racconto sulle donne, sull’istruzione e sulla possibilità che un progetto interrotto venga raccolto dalla generazione successiva. Non tutti i sogni si realizzano nella vita di chi li ha formulati: alcuni sopravvivono nei figli, cambiano forma e attendono un momento storico più favorevole.

È qui che il romanzo riesce davvero a parlare al presente. Le sue pagine interrogano il rapporto tra lavoro e dignità, tra origine sociale e libertà personale, tra necessità economica e diritto alla scelta. Ricordano inoltre che dietro la storia industriale non esistono soltanto dati sulla produzione, ma corpi, famiglie e vite sacrificate affinché un’intera economia potesse funzionare.

Il giudizio finale

La zolfatara è una saga familiare intensa, tradizionale nell’impianto ma sincera nella voce. Il suo valore principale risiede nella capacità di riportare alla luce una memoria operaia e infantile che rischierebbe di rimanere sepolta insieme alle miniere abbandonate.

Non è un romanzo leggero e non cerca di esserlo. È una storia di povertà, violenza e occasioni negate, attraversata però dalla convinzione che perfino nei luoghi più chiusi possa nascere un desiderio di cambiamento. La miniera divora il presente dei personaggi; Teresa prova a salvare almeno il futuro.

Una lettura consigliata a chi ama le grandi saghe del Sud, i romanzi storici centrati sulle vite popolari e le storie nelle quali l’emancipazione non arriva come un miracolo, ma viene costruita lentamente, una generazione dopo l’altra.