Per secoli Giovanna d’Arco è stata costretta a comparire davanti al tribunale della Storia. È stata chiamata santa, eretica, visionaria, guerriera, martire e simbolo nazionale. Ognuno ha tentato di assegnarle un’identità definitiva, come se definirla fosse il solo modo per neutralizzare ciò che ancora oggi rende la sua vicenda destabilizzante: una giovane donna senza autorità formale che, nel cuore di un mondo governato dagli uomini, decide autonomamente quale strada percorrere.
Con La ragazzina, Valeria Parrella non aggiunge semplicemente una nuova interpretazione alla lunga serie di rappresentazioni dedicate alla Pulzella d’Orléans. Compie un’operazione più radicale: toglie Giovanna dal monumento, le restituisce un corpo adolescente e prova a raccontarla prima che la leggenda, la politica e la religione ne facciano un’immagine da utilizzare.
Pubblicato da Feltrinelli il 28 aprile 2026 nella collana I Narratori, il romanzo conta 144 pagine ed è entrato nella cinquina finalista della sessantaquattresima edizione del Premio Campiello. Nonostante l’ambientazione quattrocentesca, l’autrice non lo considera un romanzo storico in senso stretto, ma un romanzo civile, costruito per mettere in comunicazione la vita di Giovanna con le ribellioni del presente.
L’imputata: una ragazza che non accetta di essere spiegata

Il primo gesto significativo del libro è contenuto nel titolo. “Ragazzina” richiama la traduzione di pucelle, la parola con la quale Giovanna è passata alla storia, ma possiede anche un significato più ambiguo. Può indicare la giovane età e, nello stesso tempo, diventare un diminutivo con cui ridurre l’autorevolezza di una donna, farla apparire inesperta, ingenua o irrilevante.
Parrella recupera questa parola e ne capovolge la funzione. Giovanna è grande proprio perché è ancora una ragazzina. Non possiede eserciti, ricchezze, titoli nobiliari o una posizione riconosciuta dalla Chiesa. Ha soltanto una certezza assoluta, alimentata dalle voci che dice di sentire, e la convinzione che restare immobile davanti all’ingiustizia sarebbe peggiore del pericolo.
L’autrice evita deliberatamente di stabilire se quelle voci provengano davvero da Dio, da una forma di misticismo o dalla mente della protagonista. La domanda non viene risolta perché, nel progetto del romanzo, non è la domanda decisiva. Ciò che conta è che Giovanna creda nella propria missione abbastanza da seguirla fino alle conseguenze più estreme. Parrella ha spiegato di volerla liberare proprio dai giudizi accumulati nei secoli e di considerare secondario stabilire se la sua determinazione avesse un’origine religiosa, politica o psicologica.
I fatti: dalla casa materna alla grande Storia
La vicenda prende forma nella Francia devastata dalla Guerra dei Cent’anni. Giovanna cresce a Domrémy tra i lavori domestici, le preghiere, le paure degli adulti e i racconti di una violenza che dura da generazioni. Prima di portare un’armatura, è una figlia che parla con la madre, gioca con i fratelli, osserva ciò che accade intorno a lei e comprende che il mondo nel quale è nata considera la guerra una condizione naturale.
Nel 1429, quando ha appena diciassette anni, lascia il proprio villaggio. Si taglia i capelli, indossa abiti maschili, scioglie il fidanzamento predisposto per lei e cerca di raggiungere Carlo, il Delfino di Francia. Vuole convincerlo di essere stata incaricata di liberare Orléans e di accompagnarlo verso l’incoronazione. Da quel momento la ragazza entra in uno spazio che non era stato pensato per lei: quello della strategia militare, della politica, della monarchia e della fede istituzionale.
Il romanzo segue questa ascesa senza trasformarla in un’avventura trionfale. Ogni conquista contiene già il principio della futura condanna. Finché Giovanna è utile, gli uomini accettano di ascoltarla; quando la sua presenza diventa incontrollabile, il potere comincia a cercare un modo per ridimensionarla.
Parrella racconta così una dinamica che supera il caso individuale: chi governa può tollerare una figura ribelle soltanto finché riesce a servirsene. Quando quella stessa figura rivendica una direzione autonoma, viene classificata come pericolosa, irrazionale o colpevole.
Il corpo del reato: capelli, abiti e verginità
In La ragazzina, il corpo di Giovanna è costantemente osservato, discusso e sottoposto a giudizio. I capelli corti, i calzoni, l’armatura e la decisione di vivere accanto ai soldati vengono percepiti come violazioni dell’ordine naturale prima ancora che religioso.
Gli uomini non sono gli unici a controllarla. Uno dei passaggi più duri riguarda l’esame della sua verginità, affidato a donne incaricate di stabilire se il corpo della protagonista corrisponda alla reputazione che la precede. Giovanna deve accettare un’invasione della propria intimità per poter proseguire verso la missione che si è assegnata.
Parrella parte da un episodio storicamente attestato, ma ne ricostruisce narrativamente le modalità e lo interpreta attraverso una sensibilità contemporanea. L’autrice ha definito quella prova una forma che oggi chiameremmo “violenza ginecologica”: il corpo della ragazza non le appartiene completamente, perché istituzioni, religione e società pretendono di ricavarne una conferma morale.
È qui che il romanzo raggiunge uno dei suoi punti più incisivi. Giovanna non viene condannata soltanto per ciò che fa, ma per l’impossibilità di collocarla dentro una categoria rassicurante. Non è moglie, non è monaca, non è prostituta, non è una nobildonna e non si comporta come una contadina dovrebbe comportarsi. La sua libertà non consiste nell’assenza di fede o di regole: nasce dal fatto che riconosce come superiore soltanto la legge alla quale ha scelto di obbedire.
La guerra secondo chi è nata dentro la guerra
La Giovanna di Parrella non è una pacifista contemporanea trasferita artificialmente nel Quattrocento. È una ragazza cresciuta in un Paese occupato, educata in un’epoca nella quale la guerra appare l’unico strumento disponibile per riconquistare un territorio.
Crede nella necessità di combattere, ma non per questo rimane indifferente alla sofferenza. Cerca di imporre ai soldati un ordine morale, impedisce il saccheggio, pretende che si confessino e prova a concedere ai nemici la possibilità di ritirarsi. La sua visione rimane inevitabilmente contraddittoria: vuole interrompere la violenza attraverso la violenza, mette il Vangelo davanti alla battaglia ma guida comunque un esercito.
È una contraddizione che il romanzo non risolve e che rende il personaggio più convincente. Giovanna non possiede una teoria politica capace di superare il proprio tempo. Possiede un senso dell’ingiustizia così potente da costringerla all’azione.
Parrella utilizza la Guerra dei Cent’anni come immagine di ogni conflitto che diventa ereditario, trasmesso ai bambini insieme alla lingua, alle paure e ai racconti familiari. La sua protagonista conosce soltanto un mondo in guerra e deve tentare di immaginare la pace servendosi degli stessi strumenti violenti che quel mondo le ha consegnato.
Le deposizioni della lingua: una fiaba pronunciata ad alta voce
La forma del romanzo è essenziale quanto il suo contenuto. Parrella sceglie la terza persona, creando una voce che osserva Giovanna e contemporaneamente si avvicina ai suoi pensieri. Secondo l’autrice, questa prospettiva permette alla protagonista di non rimanere chiusa dentro una soggettività individuale, ma di parlare potenzialmente a ogni epoca.
La narrazione ha qualcosa della fiaba, del poema orale e della cronaca. Le frasi procedono spesso per accumulazioni e ripetizioni; alcuni concetti ritornano come ritornelli, mentre la punteggiatura imprime al testo un andamento incalzante. La voce narrante non si limita a riferire gli avvenimenti: li commenta, li giudica e li collega apertamente alle gerarchie del presente.
La brevità del libro non corrisponde a una lettura superficiale. Le 144 pagine sono molto concentrate e chiedono attenzione, perché la lingua procede per immagini, sentenze e improvvise accelerazioni. Parrella non tenta di ricostruire ogni battaglia né di trasformare la vicenda in una minuziosa biografia. Seleziona episodi, li rende simbolici e costruisce intorno a Giovanna una sorta di canto civile.
Il risultato è una prosa energica, capace di restituire l’impazienza della protagonista. Nei momenti migliori, la ripetizione diventa ritmo: Giovanna va, galoppa, insiste, risponde e non si lascia fermare. La lingua sembra muoversi insieme a lei.

Il controinterrogatorio: quando il messaggio rischia di precedere il personaggio
La natura dichiaratamente civile del libro rappresenta la sua maggiore forza, ma anche il punto sul quale la lettura può dividersi.
In alcuni passaggi il collegamento tra Giovanna e le ragazze contemporanee viene formulato in modo molto esplicito. La protagonista diventa il simbolo di chi rifiuta il matrimonio imposto, il silenzio, la violenza, il controllo del corpo o l’autorità dei tiranni. Il parallelismo è potente, ma talvolta riduce lo spazio lasciato al lettore, anticipando l’interpretazione invece di permetterle di emergere autonomamente.
Anche il ricorso frequente alle frasi sentenziose può produrre un effetto discontinuo. Alcune restano impresse per precisione e intensità; altre rischiano di assumere il tono dello slogan. La ripetizione, quando non sostiene il ritmo, può rendere troppo evidente la tesi che il romanzo vuole difendere.
La concentrazione narrativa comporta inoltre una forte semplificazione del contesto storico. Il Delfino, i comandanti, i giudici, gli ecclesiastici e parte della famiglia di Giovanna esistono soprattutto in relazione a lei. Chi cerca un grande affresco sul Quattrocento, una ricostruzione politica della Guerra dei Cent’anni o una biografia dettagliata potrebbe trovare il libro troppo breve e selettivo.
La stessa Parrella, però, non nasconde questa scelta. Ha chiarito che la sua Giovanna è un personaggio romanzesco, costruito anche negli spazi lasciati vuoti dai documenti, e non pretende di coincidere con la figura storica. Il libro va quindi giudicato per ciò che vuole essere: non un saggio, ma una possibile Giovanna d’Arco raccontata da una scrittrice del 2026.
La sentenza: una sconfitta che attraversa i secoli
La storia di Giovanna d’Arco possiede un finale conosciuto, eppure La ragazzina riesce a conservarne la tensione. Non perché il lettore ignori ciò che accadrà, ma perché Parrella sposta l’interrogativo. La domanda non è più se Giovanna verrà sconfitta, bensì quale paura abbia spinto uomini potenti a considerare insopportabile una ragazza di diciannove anni.
Il romanzo sostiene che si possa perdere sul piano materiale e continuare a modificare il futuro. Giovanna viene catturata, processata e bruciata, ma nessuna delle definizioni utilizzate contro di lei riesce a contenerla definitivamente. Il potere può distruggere il corpo; non sempre riesce a controllare il significato che quel corpo assumerà dopo la morte.
Valeria Parrella scrive così un libro sul coraggio, ma evita di rappresentarlo come assenza di fragilità. La protagonista rimane figlia, adolescente, credente, guerriera e creatura spaventata da ciò che vede. La sua grandezza non nasce dall’essere sovrumana, ma dal continuare a procedere pur essendo terribilmente giovane e umana.
La ragazzina convince soprattutto quando restituisce a Giovanna ciò che secoli di celebrazioni rischiano di nascondere: l’età, il corpo, l’impazienza e la solitudine. È un romanzo breve, impetuoso e volutamente politico, nel quale la Storia non viene ricostruita come un museo, ma interrogata come un processo ancora aperto.
La sentenza finale non riguarda dunque Giovanna d’Arco. Riguarda il mondo che continua a chiamare “ragazzina” ogni giovane donna della quale vorrebbe ridurre la voce.
Valutazione: 4 stelle su 5.