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“Tumore alle ossa”. Dramma per l’attore italiano, l’annuncio: “Così l’ho scoperto”

Ci sono momenti in cui il corpo interrompe il ritmo delle cose e impone una domanda che non si può rimandare. Per Vinicio Marchioni, uno degli attori italiani più apprezzati tra cinema e teatro, quella frattura è arrivata mentre si preparava a dare vita a un personaggio fatto di energia, dominio e fisicità. Una prova difficile, rimasta a lungo privata, che oggi torna nel suo racconto con pudore e lucidità.

L’attore ha ripercorso quella fase in un’intervista a Repubblica, in occasione della pubblicazione di Le vite in atto, il libro edito da Marsilio nel quale attraversa sette personaggi incontrati nel suo cammino teatrale. Tra quei ruoli e la vita quotidiana si affaccia anche la diagnosi di un tumore alle ossa, poi curato.

Marchioni ha spiegato di non aver mai desiderato trasformare la sofferenza in un’esposizione pubblica. La malattia, affrontata tra operazione, cure e fisioterapia, è diventata piuttosto un’esperienza intima, capace di modificare il suo rapporto con il corpo e, inevitabilmente, con il mestiere dell’attore.

Tutto avvenne durante le prove di Un tram che si chiama Desiderio, il primo spettacolo diretto da Antonio Latella. Marchioni era impegnato nella costruzione di Stanley Kowalski, figura centrale del testo di Tennessee Williams, descritta dall’attore come espressione di «una mascolinità violentissima, un uomo quasi animale». Proprio in quei giorni arrivò la scoperta della malattia, come ha raccontato nell’intervista a Repubblica.

Il contrasto tra il personaggio e la condizione personale era profondo. Da una parte c’era Stanley, uomo mosso da una potenza fisica enorme; dall’altra, Marchioni si trovava ad affrontare un percorso terapeutico che lo costringeva a cercare un nuovo equilibrio. «Mentre cercavo di costruire il corpo di Stanley, mi ritrovavo a fare i conti con il mio», ha spiegato.

La guarigione gli ha permesso di proseguire il suo percorso, ma quell’esperienza ha lasciato una traccia nel modo di pensare alla recitazione. Per l’attore, il teatro non separa mai davvero la tecnica dalla persona: sul palco arriva ciò che si è, con le proprie paure, i limiti e le trasformazioni attraversate fuori dalla scena.

Marchioni ha raccontato di avere scelto di vivere quel passaggio senza metterlo «in piazza». Lo ha considerato quasi l’incontro con un altro personaggio, qualcosa entrato dentro di lui e con cui imparare a convivere. In quel momento il lavoro ha rappresentato anche un motore: una ragione concreta per continuare a guardare avanti.

Intorno a lui, del resto, la vita procedeva con intensità. Il cinema stava andando bene, il ruolo teatrale era decisivo e nello stesso periodo nascevano i suoi figli. «Non potevo fermarmi», ha detto, richiamando una frase di Anton Čechov: «Domani mattina il sole sorgerà comunque». Quel sole, ha aggiunto, voleva continuare a vederlo.

Nel suo percorso c’è anche un’altra difficoltà, precedente alla malattia: la balbuzie, vissuta nell’adolescenza come un ostacolo ma trasformata nel tempo in una forma di ascolto della parola. La scrittura e i diari sono stati un rifugio, prima che il teatro diventasse il luogo in cui dare voce ai mondi interiori che cercavano spazio.

Marchioni ha spiegato che la balbuzie lo ha portato a riflettere continuamente sul linguaggio: sulle sillabe in cui si può inciampare, sui sinonimi da cercare, sulle frasi da ricostruire. Un esercizio quotidiano che, invece di allontanarlo dalla recitazione, ha contribuito a rendere più profondo il suo legame con l’espressione.

«Parlare è un miracolo, tanto quanto la vita», è la conclusione affidata dall’attore al suo racconto. Una frase che tiene insieme le prove affrontate e il valore di un mestiere nel quale, dietro ogni personaggio, resta sempre un essere umano: con il proprio corpo, la propria storia e la volontà di non smettere di attraversarla.