La letteratura americana ha costruito una parte importante del nostro immaginario. Ha raccontato la libertà e le sue contraddizioni, la ricchezza, la schiavitù, il viaggio, la solitudine e soprattutto quel grande mito chiamato sogno americano. Scegliere soltanto tre romanzi significa inevitabilmente lasciare fuori opere fondamentali, ma alcuni libri hanno avuto una capacità particolare: raccontare il proprio tempo e continuare, generazione dopo generazione, a parlare anche al presente. Da Moby Dick a Furore, passando per Il buio oltre la siepe, ecco tre classici americani che meritano ancora oggi di essere letti.
Moby Dick: molto più della caccia a una balena

Pubblicato nel 1851, Moby Dick di Herman Melville è uno di quei romanzi che tutti credono di conoscere prima ancora di averli letti. Il capitano Achab insegue una gigantesca balena bianca che in passato lo ha mutilato. A raccontare l’avventura è Ismaele, imbarcato sulla baleniera Pequod insieme a un equipaggio proveniente da luoghi e culture differenti.
La trama, però, rappresenta soltanto la superficie. La caccia a Moby Dick diventa progressivamente un viaggio nell’ossessione umana. Achab non vuole più semplicemente catturare un animale: vuole sconfiggere ciò che quella creatura rappresenta ai suoi occhi. Il mare diventa allora uno spazio immenso nel quale l’uomo cerca disperatamente di imporre un significato a qualcosa che forse non ne possiede nessuno.
È anche per questo che il romanzo continua a essere moderno. Melville parla dell’incapacità di accettare i propri limiti e del momento in cui un obiettivo smette di guidare un uomo e comincia invece a divorarlo.
Moby Dick non è una lettura sempre semplice. Le digressioni sulla navigazione e sulla baleneria possono mettere alla prova il lettore contemporaneo. Ma accettarne il ritmo significa entrare in uno dei mondi più potenti costruiti dalla narrativa americana.
Furore: l’altra faccia del sogno americano
Quasi un secolo dopo, John Steinbeck racconta un’America completamente diversa. Pubblicato nel 1939 e vincitore del Premio Pulitzer, Furore (The Grapes of Wrath) segue la famiglia Joad, costretta ad abbandonare la propria terra in Oklahoma durante la Grande Depressione e a partire verso la California.

A ovest dovrebbe esserci il lavoro. Dovrebbe esserci una possibilità di ricominciare. La realtà incontrata lungo il viaggio è però fatta di povertà, sfruttamento e migliaia di persone disposte a lavorare per salari sempre più bassi.
Steinbeck prende così uno dei grandi miti fondativi degli Stati Uniti – andare verso ovest per costruirsi un futuro – e lo capovolge. Il sogno americano esiste, ma non tutti possiedono gli stessi strumenti per raggiungerlo.
La forza di Furore sta soprattutto nei Joad. La loro vicenda particolare diventa quella di un’intera classe sociale. La fame e la miseria non cancellano la dignità e, quando il singolo non è più in grado di resistere da solo, nasce la necessità della solidarietà.
È un romanzo politico senza smettere mai di essere profondamente umano.
Il buio oltre la siepe: guardare il pregiudizio attraverso gli occhi di una bambina
Il terzo titolo porta nel Sud degli Stati Uniti. Il buio oltre la siepe di Harper Lee, pubblicato nel 1960 e vincitore del Pulitzer l’anno successivo, racconta l’infanzia di Scout Finch nella cittadina immaginaria di Maycomb, in Alabama, durante gli anni Trenta.
Suo padre, l’avvocato Atticus Finch, accetta di difendere Tom Robinson, un uomo nero accusato di aver violentato una donna bianca. Da quel momento Scout e suo fratello Jem cominciano a scoprire quanto il mondo degli adulti possa essere distante dai principi di giustizia che vengono insegnati ai bambini.
La scelta di raccontare tutto attraverso lo sguardo di Scout è fondamentale. Il razzismo appare ancora più assurdo proprio perché viene osservato da qualcuno che non ha ancora imparato ad accettarlo come normale.
Ma ridurre il romanzo alla sola questione razziale sarebbe ingiusto. Harper Lee parla anche della perdita dell’innocenza, della paura verso chi non conosciamo e della difficoltà di difendere ciò che consideriamo giusto quando la maggioranza pensa il contrario.
Tre libri, tre volti dell’America

Moby Dick, Furore e Il buio oltre la siepe appartengono a epoche completamente differenti, eppure sembrano dialogare tra loro. Melville racconta l’individuo che sfida qualcosa più grande di lui; Steinbeck osserva una famiglia schiacciata da un sistema economico; Harper Lee mostra una comunità incapace di liberarsi dai propri pregiudizi.
In tutti e tre i casi ritorna la grande promessa americana: la possibilità dell’uomo di essere libero e costruire il proprio destino. Ma insieme alla promessa compare sempre la sua contraddizione.
È forse questo il motivo per cui questi romanzi sono diventati classici. Non celebrano semplicemente l’America e non si limitano nemmeno a condannarla. La interrogano.
E continuano a farlo anche oggi, chiedendo al lettore quanto siano davvero liberi gli uomini davanti alle proprie ossessioni, alla povertà o ai pregiudizi della società in cui vivono. È il genere di domanda che permette a un libro scritto decenni, o addirittura più di un secolo fa, di non invecchiare.