La rovina di una famiglia può cominciare molto prima della perdita delle sue ricchezze. Può nascondersi in un matrimonio infelice, nella paura di riconoscersi in un figlio, nei silenzi che permettono a una casa di conservare la propria rispettabilità. È una chiave di lettura particolarmente adatta a I Lázár, il romanzo di Nelio Biedermann pubblicato da Guanda nella traduzione di Leonella Basiglini: una storia che segue una famiglia aristocratica ungherese attraverso oltre mezzo secolo di trasformazioni e violenze.
Il suo interesse non risiede soltanto nell’ampiezza dell’ambientazione. A renderlo suggestivo è soprattutto una domanda: quanto siamo liberi di scegliere la nostra vita, quando il passato della famiglia ha già stabilito quali paure, desideri e colpe dovremo affrontare?
La trama: un bambino diverso in una casa piena di segreti
All’inizio del Novecento, in un castello nel sud dell’Ungheria, nasce Lajos von Lázár. La sua pelle quasi trasparente e gli occhi chiarissimi suscitano inquietudine anziché una felicità condivisa. Il padre Sándor, legato all’autorità e al prestigio del proprio nome, fatica ad accettarlo. La madre Mária custodisce un segreto, mentre lo zio Imre abita una dimensione tormentata, attraversata da visioni e presentimenti.
La nascita diventa così il punto d’ingresso in una vicenda più vasta. Lajos crescerà, erediterà il patrimonio familiare e proverà a restituirgli splendore. Successivamente saranno i figli, Eva e Pista, a confrontarsi con un mondo che mette radicalmente in discussione tutto ciò su cui la famiglia aveva costruito la propria identità.
La premessa funziona perché rovescia una promessa tipica delle saghe familiari: qui una nuova vita non garantisce continuità. Introduce invece una differenza che la famiglia non sa come accogliere.
Quando la Storia entra nel castello
L’arco narrativo conduce dalla fine dell’Impero asburgico alle conseguenze della rivolta ungherese del 1956. In mezzo ci sono le guerre mondiali, il nazismo, la persecuzione degli ebrei e l’affermazione del potere sovietico. Il castello e il patrimonio non possono proteggere indefinitamente i Lázár: anche una famiglia abituata a considerarsi stabile deve misurarsi con la possibilità di perdere ogni certezza.
È importante, però, non avvicinarsi al libro aspettandosi una ricostruzione storica sistematica. Gli eventi collettivi vengono filtrati attraverso episodi, incontri e conseguenze private. Come osserva Enrico Arosio su Doppiozero, la narrazione procede per accelerazioni e momenti selezionati, più che attraverso un’esposizione continua del contesto politico.
Questa scelta suggerisce una prospettiva precisa: nella vita di una persona, una separazione o un lutto possono occupare più spazio di un cambiamento di regime. Non perché la Storia conti meno, ma perché diventa comprensibile quando modifica ciò che sembrava vicino e sicuro.
L’eredità invisibile: ciò che i figli ricevono senza saperlo
Il patrimonio dei Lázár non è fatto soltanto di terre e privilegi. Comprende anche reticenze, ferite e modi di amare che si trasmettono tra generazioni. Il rapporto fra eredità materiale ed emotiva costituisce uno dei nuclei del romanzo, insieme al modo in cui l’appartenenza sociale può prima proteggere e poi esporre al pericolo.
Da questa prospettiva, il cognome può essere letto come una promessa ambigua. Offre un posto nel mondo, ma impone anche un modello da rispettare. La domanda più interessante non diventa allora chi riuscirà a salvare la ricchezza familiare, bensì chi saprà distinguere la fedeltà alle proprie origini dalla rinuncia a una vita autonoma.
È qui che una vicenda aristocratica apparentemente lontana può acquistare una risonanza intima: non occorre possedere un castello per sentirsi prigionieri delle aspettative familiari.
Tra saga familiare e fiaba gotica
Già nell’anteprima emerge una scrittura che cerca l’immagine memorabile. Il bosco, la luce che scompare, le stanze appartate e il corpo insolito del neonato costruiscono un’atmosfera nella quale l’osservazione concreta convive con qualcosa di perturbante. Il paesaggio non rimane uno sfondo: sembra assorbire e restituire l’inquietudine dei personaggi.
Particolarmente efficace è il contrasto tra la ricercatezza degli ambienti e ciò che accade al loro interno. Le prime pagine accostano oggetti preziosi, rituali aristocratici e impulsi tutt’altro che nobili. Affiora anche un’ironia che incrina la solennità del mondo rappresentato: dietro il prestigio dei titoli ci sono corpi vulnerabili, vanità e paure.
La componente gotica si può leggere proprio in questo modo: non soltanto come ricerca del mistero, ma come forma visibile di ciò che la famiglia tenta di nascondere. La casa protegge la propria immagine mentre, al suo interno, qualcosa continua a sfuggire al controllo.
Le radici reali e la libertà dell’invenzione
Nato nel 2003, Biedermann ha attinto alla storia della propria famiglia, di origine aristocratica ungherese. In un’intervista ha raccontato di avere approfondito i ricordi ricevuti attraverso un viaggio a Budapest, conversazioni con un prozio e la consultazione di fotografie e documenti familiari. Ha però precisato che i personaggi non sono riproduzioni dei suoi parenti: attraversano una storia condivisa con loro, ma appartengono alla finzione.
È una distinzione essenziale. Il valore letterario di un progetto simile non dipende dalla possibilità di riconoscere una persona realmente esistita dietro ogni figura. Dipende dalla capacità di trasformare una memoria privata in una domanda comprensibile anche a chi non ne fa parte.
L’autore ha inoltre spiegato di avere voluto contrastare la tendenza dei racconti familiari a conservare soprattutto gli aspetti rassicuranti del passato. L’intenzione è recuperare anche ciò che quella memoria idealizzata lascia in ombra.
Un’ambizione affascinante, con qualche rischio

L’ampiezza del progetto non rende automaticamente il romanzo impeccabile. La critica ha segnalato soprattutto il rischio della compressione: il Financial Times riconosce la forza della saga, ma osserva che il ritmo rapido può restringere lo spazio dedicato ai grandi passaggi storici. Doppiozero rileva inoltre alcune debolezze nella rappresentazione delle attività economiche della famiglia e un gusto dell’eccesso non sempre necessario.
Sono osservazioni utili per orientare le aspettative. Chi cerca soprattutto una ricostruzione minuziosa potrebbe desiderare maggiore approfondimento; chi ama una narrazione atmosferica potrebbe invece apprezzarne proprio la concentrazione.
Anche l’insistenza sulla giovinezza dell’autore rischia di diventare una distrazione. L’età rende il progetto sorprendente, ma non dovrebbe sostituire il giudizio sul libro né trasformare ogni sua scelta in una prova di genialità.
Perché leggere I Lázár
I Lázár appare una proposta particolarmente interessante per chi cerca saghe familiari attraversate dal mistero, personaggi segnati da contraddizioni e una scrittura lontana dall’essenzialità. Il richiamo non è quello di una rassicurante immersione nel passato, ma di un incontro con una famiglia nella quale splendore e sofferenza non possono essere separati.
La chiave più fertile per avvicinarsi al romanzo è forse lasciare in secondo piano la promessa del “nuovo classico” e concentrarsi sul suo interrogativo centrale. Che cosa merita di essere conservato di un’eredità? E che cosa, invece, deve essere abbandonato perché una nuova vita possa cominciare?
In questa tensione fra appartenenza e libertà sta il motivo più convincente per entrare nel mondo dei Lázár: non osservare soltanto come una famiglia perde ciò che possiede, ma interrogarsi su quanto possa essere difficile smettere di appartenere al proprio passato.