Vai al contenuto

Harmony: e se non dovessimo tornare alla natura, ma ricordarci che ne facciamo parte?

di Micol Ferrara

In autunno la natura diventa quasi impossibile da ignorare. Cambiano la luce, i colori, le temperature. Gli alberi si spogliano, le giornate si accorciano e ciò che durante l’anno resta spesso sullo sfondo torna improvvisamente visibile.
Eppure continuiamo a parlare della natura come di qualcosa che sta fuori da noi. Diciamo che abbiamo bisogno di “stare nella natura”, di tornarci, di ritrovare un contatto perduto. Come se fosse un luogo altro rispetto alla nostra vita quotidiana.
Ma se il problema fosse racchiuso proprio in questa espressione?
È una delle domande che accompagnano la lettura di Harmony. Un nuovo modo di guardare al nostro mondo, di Re Carlo III con Tony Juniper e Ian Skelly, arrivato nelle librerie italiane il 21 aprile 2026 per Aboca Edizioni, nella collana Saggi Human Ecology.
L’opera originale risale al 2010, quando Carlo era ancora Principe di Galles. Nuova è dunque l’edizione italiana, presentata il giorno successivo all’uscita, il 22 aprile, Giornata della Terra, ad Assisi.
Leggerla oggi significa fare un piccolo esperimento: tornare a un pensiero formulato sedici anni fa e chiedersi quanto sia realmente cambiato, da allora, il nostro rapporto con la natura.
Nel frattempo abbiamo imparato a parlare moltissimo di sostenibilità, biodiversità, clima, transizione ecologica. Sono parole entrate nel linguaggio delle istituzioni, delle aziende e della vita quotidiana. Resta però una domanda meno immediata: abbiamo imparato anche a sentirci parte di ciò che vogliamo proteggere?
Carlo porta avanti queste riflessioni da decenni, da molto prima che i temi ambientali conquistassero lo spazio che hanno oggi. Harmony prova a tenere insieme ambiti molto diversi — dall’agricoltura all’architettura, dalla salute all’educazione — attraverso un’idea semplice: comprendere la natura significa soprattutto comprenderne le relazioni.
È forse questo il punto del libro che conserva maggiore forza sedici anni dopo.
Abbiamo imparato a osservare e analizzare parti sempre più piccole della realtà, ottenendo conoscenze e progressi straordinari. Ma una pianta non è soltanto l’insieme delle sostanze che contiene, un terreno non è soltanto un supporto produttivo e una persona non coincide con la somma dei propri sintomi.
Harmony invita a recuperare lo sguardo d’insieme.
Non sempre lo fa in modo convincente. Alcune incursioni nella cosiddetta geometria sacra e nelle medicine alternative restano controverse e richiedono di distinguere con attenzione intuizioni culturali ed evidenze scientifiche. È un limite che non rende meno interessante la domanda centrale del libro: quanto perdiamo quando, per conoscere sempre meglio le singole parti, smettiamo di vedere ciò che le tiene insieme?
È proprio qui che il discorso può incontrare la naturopatia.
Non perché Harmony sia un libro di naturopatia — non lo è — e neppure perché proponga rimedi o indicazioni terapeutiche. Il punto di contatto è lo sguardo.
Anche il mondo del “naturale”, infatti, può diventare molto meno olistico di quanto ami raccontarsi: “la pianta per”, “l’integratore per”, “il rimedio per”. Una successione di soluzioni isolate che rischia di trasformare la natura in una farmacia alternativa, riproducendo proprio quella frammentazione che si vorrebbe superare.
Uno sguardo naturopatico più interessante può invece riportare l’attenzione sulle relazioni: alimentazione, riposo, movimento, ambiente, abitudini, caratteristiche individuali.
Senza sostituirsi alla medicina, senza confondere prevenzione e terapia e senza attribuirsi promesse che non gli appartengono. Ma contribuendo a una cultura degli stili di vita, dell’ascolto e della consapevolezza.
A quel punto anche l’espressione “lavorare con la natura” acquista un significato diverso.
Se significa semplicemente utilizzare qualcosa di naturale, il cambiamento è minimo. Abbiamo sostituito uno strumento con un altro, ma lo sguardo è rimasto identico.
Se invece significa studiare i sistemi viventi, rispettarne la complessità e riconoscere che il nostro benessere non può essere separato dall’ambiente nel quale viviamo, allora il discorso diventa più ampio. E soprattutto meno ideologico.
Perché non tutto ciò che è naturale è necessariamente buono, così come non tutto ciò che è artificiale è necessariamente dannoso.
La natura non ha bisogno di essere trasformata in un’idea romantica per essere riconosciuta come essenziale.
Dal 2010 a oggi, intanto, abbiamo cambiato moltissimo il nostro vocabolario. Parliamo di sostenibilità, biodiversità, consumo consapevole, origine del cibo, impatto ambientale. Ma aver imparato le parole significa davvero aver cambiato sguardo?
È a questo punto che Harmony fa venire in mente, quasi per contrasto, Into the Wild e Christopher McCandless.
La sua fu una scelta radicale: lasciare la società e cercare nella natura qualcosa di autentico, una forma di libertà e forse di riconciliazione.
Tra le annotazioni lasciate sui libri che aveva con sé in Alaska compare una frase diventata celebre: “Happiness only real when shared”.
La felicità è reale soltanto quando è condivisa.
È una frase che colpisce ancora di più perché emerge da una storia costruita intorno alla solitudine. Come se, alla fine di una ricerca portata all’estremo, riaffiorasse proprio ciò da cui sembrava essersi allontanato: la relazione.
Harmony propone un percorso completamente diverso.
Non la fuga dalla società, ma il tentativo di ricucire ciò che abbiamo separato.
Forse non abbiamo bisogno di andare “into the wild”, di abbandonare il nostro mondo per ritrovare quello naturale. La sfida potrebbe essere portare quella consapevolezza dentro la vita quotidiana: nel modo in cui mangiamo, coltiviamo, costruiamo, consumiamo, abitiamo e ci prendiamo cura di noi e degli altri.
Ed è qui che anche l’espressione “tornare alla natura” mostra il suo piccolo paradosso.
Per tornare da qualche parte bisogna prima esserne usciti.
Ma dalla natura non siamo mai usciti.
Il nostro corpo dipende dall’acqua, dall’aria, dal cibo, dal suolo e dagli ecosistemi che rendono possibile la nostra esistenza. Anche quando viviamo in una città, passiamo le giornate davanti a uno schermo o perdiamo qualsiasi percezione di quel legame, continuiamo a farne parte.
Forse è questo il punto più interessante che Harmony lascia al lettore.
Non l’idea ingenua di una natura sempre buona, capace di possedere una risposta per ogni problema. E nemmeno la nostalgia di un passato immaginato come più puro.
Piuttosto il ricordo di una relazione.
Tra le parti e l’insieme. Tra la persona e l’ambiente. Tra il prendersi cura di sé e il prendersi cura di ciò da cui dipendiamo.
McCandless cercava nella natura qualcosa che la società non sembrava più riuscire a restituirgli.
Harmony, da una prospettiva completamente diversa, lascia affiorare una domanda complementare: e se invece di dover fuggire per ritrovare quella connessione imparassimo a non perderla nella nostra vita quotidiana?
L’autunno, con la sua evidenza dei cicli e delle trasformazioni, è forse un buon momento per chiederselo.
Non per idealizzare la natura e nemmeno per cercare di “tornarci”.

Ma per ricordare una cosa molto più semplice: non abbiamo mai smesso di farne parte.

Lettura consigliata

Titolo: Harmony. Un nuovo modo di guardare al nostro mondo
Autore: Sua Maestà Re Carlo III, quando era Principe di Galles
Con: Tony Juniper e Ian Skelly
Editore: Aboca Edizioni
Collana: Saggi Human Ecology
Uscita in Italia: 21 aprile 2026
Edizione originale: 2010
Traduzione: Teresa Albanese
Pagine: 336
Formato: 15 × 22,5 cm
Prezzo: 25,00 €
ISBN: 9788855233798