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L’amore per gli animali e il diritto al dolore

Ci sono presenze che trasformano la nostra vita senza pronunciare una parola. Abitano le stanze, cambiano le abitudini, diventano parte della nostra idea di casa. In Bestiola, pubblicato da Mondadori, Jonathan Bazzi porta al centro della narrazione proprio questo legame: quello con gli animali con cui condividiamo la quotidianità, capaci di insegnarci una forma di affetto che passa attraverso il corpo, l’attenzione e la cura.

Il libro intreccia esperienza autobiografica e riflessione, dando spazio a sentimenti che spesso vengono considerati secondari. La domanda che emerge riguarda tutti: quanto contano le creature che amiamo nella costruzione della nostra identità?

Mirtilla e Purè: le presenze che diventano famiglia

Al centro della storia ci sono Mirtilla e Purè, i due gatti che da sedici anni accompagnano il protagonista. La loro presenza gli ha insegnato a proteggere, a prendersi responsabilità e ad aprirsi a un’esistenza diversa dalla propria.

Sullo sfondo c’è Milano, con la pressione del successo, la competizione e la richiesta continua di essere produttivi. Dentro questa realtà, il rapporto con gli animali offre un altro ritmo: quello della vicinanza, del contatto e dei bisogni concreti.

Quando Mirtilla muore, l’equilibrio si spezza. La perdita porta il protagonista a interrogarsi su come vivere un dolore per il quale mancano riconoscimento e rituali condivisi. La scrittura diventa allora il tentativo di conservare una presenza e di dare forma alla sua assenza.

Un lutto che merita di essere riconosciuto

Il nodo più significativo di Bestiola è la legittimità del dolore per la morte di un animale. È un’esperienza che può attraversare profondamente una persona e che, tuttavia, viene spesso liquidata con parole frettolose.

Bazzi porta l’attenzione su questa sproporzione: alla forza del legame non corrisponde sempre una comprensione collettiva della perdita. Il vuoto riguarda anche lo spazio domestico, le abitudini e il modo di percepire il tempo.

Da qui nasce una riflessione che supera la vicenda individuale. Chi può stabilire quanto dovremmo soffrire? E perché alcuni affetti ricevono riconoscimento, mentre altri devono quasi giustificare la propria esistenza? Il libro invita a prendere sul serio queste domande, senza ridurre il dolore a un passaggio da superare rapidamente.

La cura come modo di stare al mondo

L’orizzonte del racconto si allarga attraverso altre relazioni tra persone e animali: compaiono la chow-chow di Freud, il terranova di Emily Dickinson e il corvo della biologa Simona Kossak. Queste presenze accompagnano una riflessione sulla diversità, sulla neurodivergenza, sulle differenze di classe e sulle forme possibili di famiglia.

La cura acquista così un significato più ampio. Accogliere un’altra creatura significa fare spazio alle sue necessità, accettare la sua vulnerabilità e riconoscere anche la propria. In questa prospettiva, la tenerezza diventa una responsabilità quotidiana: un modo di guardare ciò che ci circonda e di rispondere alla sua fragilità.

Il valore di Bestiola

La forza del progetto narrativo sta nel dare dignità letteraria a un’esperienza comune e spesso poco ascoltata. La componente autobiografica apre una riflessione sull’affetto, sulla solitudine e sul bisogno di sentirsi parte di una relazione.

L’intensità emotiva e lo spazio dedicato all’interiorità orientano il libro verso chi apprezza narrazioni intime e riflessive. Il suo interesse supera però l’esperienza di chi vive con un animale: riguarda il modo in cui scegliamo di amare e ciò che resta quando una presenza scompare.

Bestiola lascia una domanda semplice e difficile: quanto della nostra vita dobbiamo a chi, silenziosamente, ci ha insegnato a prenderci cura?