Vai al contenuto

Crescere tra due Paesi e cercare una casa

Ci sono distanze che nessun viaggio riesce a cancellare. Separano le persone dai luoghi in cui sono nate, ma anche dalle parole con cui vorrebbero raccontarsi. Lontana, di María José Viera-Gallo, pubblicato da Feltrinelli, affronta questa frattura attraverso una storia di crescita segnata dall’esilio. Al centro c’è una domanda semplice soltanto in apparenza: che cosa significa sentirsi a casa?

La trama: un’infanzia cilena nella Roma degli anni Settanta

La protagonista è una bambina cilena che frequenta una scuola di suore a Roma. La sua famiglia ha lasciato il Cile dopo il golpe di Pinochet e cerca di ricostruire la propria quotidianità in Italia. Mentre gli adulti conservano il legame con il Paese d’origine, lei deve trovare il proprio posto fra i compagni.

L’italiano appartiene alla scuola e alle amicizie; lo spagnolo alla famiglia. Anche il ritorno in Cile, anni dopo, riaprirà il problema dell’appartenenza.

L’identità comincia dallo sguardo degli altri

La premessa più interessante del libro è la scelta di osservare lo sradicamento dall’infanzia. Per un bambino, essere straniero può cominciare da qualcosa di piccolissimo: un nome pronunciato male, una domanda insistente, la necessità di spiegare ciò che per gli altri è scontato.

In questa prospettiva, l’identità diventa una negoziazione quotidiana. Quanto bisogna assomigliare agli altri per essere accolti? E quanto si può cambiare senza avere la sensazione di tradire la propria famiglia?

Sono interrogativi che danno alla vicenda una portata più ampia del suo contesto storico. Il bisogno di essere riconosciuti riguarda anche chi non ha attraversato un confine, ma ha conosciuto l’imbarazzo di sentirsi fuori posto.

Due lingue, due modi di appartenere

Il bilinguismo offre una chiave particolarmente fertile per interpretare questa storia. Una lingua permette di partecipare alla vita esterna; l’altra custodisce un’intimità familiare. Abitarle entrambe può essere una ricchezza, ma comporta anche una fatica: trovare parole capaci di tenere insieme esperienze che non coincidono.

Da qui nasce una domanda che merita attenzione: possiamo davvero riconoscerci in una definizione unica, quando persone e luoghi diversi conoscono versioni differenti di noi?

La famiglia e il peso del passato

Un altro nodo centrale è il rapporto fra la memoria degli adulti e la vita dei figli. I genitori possono desiderare di preservare ciò che hanno perduto; i bambini hanno anche bisogno di costruire qualcosa che appartenga soltanto a loro.

È una tensione che invita a evitare giudizi facili. Conservare le radici può essere un gesto d’amore, ma anche diventare un peso per chi sente di dover rappresentare una storia precedente alla propria consapevolezza. Cercare autonomia, allo stesso modo, non implica necessariamente dimenticare.

La vicenda permette così di riflettere su ciò che una famiglia trasmette senza sceglierlo: aspettative, timori, immagini del futuro e idee di felicità.

Il significato di un titolo

Lontana suggerisce una condizione emotiva prima ancora che geografica. Si può essere lontani da un Paese, dagli altri oppure dall’immagine di sé che qualcuno vorrebbe imporci.

La forza di questa prospettiva sta nel lasciare aperta l’idea di casa. Forse appartenere non richiede di scegliere una volta per tutte un luogo o una lingua. Può significare accettare una storia composta da legami diversi, senza pretendere che ogni parte combaci perfettamente.

È soprattutto questa domanda a rendere il libro interessante per chi ama le storie di formazione e le narrazioni familiari: quanto spazio possiamo concederci per diventare noi stessi, continuando a portare con noi ciò da cui veniamo?