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“L’Arminuta”: da libro a film, la storia che mostra il dolore delle dinamiche famigliari

Di Béatrice Sciarrillo.

L’Einaudi ha una nuova Natalia Ginzburg: si chiama c, maestra nel raccontare – con l’esattezza di poche e scabre parole – le oscure e tortuose dinamiche familiari e maestra nello scandagliare, analiticamente, il dolore che si può creare all’interno di una famiglia e che spesso è difficile cancellare.

Dopo i primi due romanzi emotivamente intensi e drammaticamente autentici – Mia madre è un fiume (Elliot Edizioni, 2011) e Bella mia (Elliot Edizioni, 2013), vincitore del Premio Brancati – nel 2017, la scrittrice abruzzese pubblica, con Einaudi, il suo terzo romanzo, L’Arminuta – vincitore del Premio Campiello e del Premio Napoli – a cui fa seguito, nel 2020, Borgo Sud.

Il titolo del terzo romanzo – traducibile nel dialetto abruzzese come «la ritornata» – si riferisce alla protagonista: una tredicenne che, senza una spiegazione, viene rimandata alla famiglia d’origine dopo essere vissuta fin da piccolina in una famiglia diversa che ha sempre creduto la sua. Viene così catapultata in un’altra realtà: dalla città al paese, dal mare alla montagna, da una condizione agiata a una condizione di miseria e povertà.

La giovane entra a contatto con una madre incapace di comunicarle il proprio amore materno

 – sia attraverso il linguaggio verbale sia attraverso il linguaggio fisico – ma trova una certezza – che sarà certezza per tutta la vita – nell’affetto della sorella minore Adriana.

In L’Arminuta e in Borgo Sud, la scrittrice abruzzese si – e ci – interroga sulle conseguenze del disamore e della disattenzione affettiva: a quali scelte ci conduce nella vita adulta la mancanza di un affetto primario e originario, l’amore materno? Il fatto che la relazione materna non abbia funzionato – sia andata storta – come condiziona il nostro stare nel mondo e il nostro rapporto con l’altro? Gli effetti del disamore sono durevoli e devastanti?

Con tutti gli interrogativi che pone, la storia disadorna di questa famiglia è diventata una vicenda universale, amata da lettori e lettrici di tutte le età, affascinati dalla complicità salvifica che si viene a creare tra l’Arminuta e Adriana.

Nel 2019, dal romanzo è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, realizzato e prodotto dal Teatro Stabile d’Abruzzo con la regia di Lucrezia Guidone.

Mentre, il 21 ottobre 2021, è uscito nelle sale dei cinema italiani l’adattamento cinematografico, diretto da Giuseppe Bonito. È stata la stessa scrittrice abruzzese, Donatella Di Pietrantonio, a curare la sceneggiatura con Monica Zapelli.

Ci rivolgiamo, ora, a Donatella Di Pietrantonio per conoscere le sue emozioni rispetto all’uscita del film.

Durante la stesura del romanzo, hai mai pensato che il tuo libro potesse fare così tanta strada? Come spieghi il grande successo de L’Arminuta?

Durante la stesura del romanzo, non pensavo assolutamente che potesse diventare un film o che potesse essere premiato e tradotto in tante lingue. Diciamo che l’Arminuta mi è felicemente sfuggita di mano e, a posteriori, se devo cercare una spiegazione a quello che è accaduto, potrei dire che probabilmente contiene in sé qualche tema che ha intercettato la sensibilità di molti lettori e adesso spettatori del film nel senso che le protagoniste – specialmente l’Arminuta stessa – esprimono, attraverso i loro vissuti estremi e poco comuni, quelle parti fragili e ferite che, in fondo, tutti noi conteniamo dentro.

Quanto il film è stato capace di comunicare la drammaticità di questa famiglia?

Credo che il film abbia reso con grande intensità le dinamiche che corrono all’interno di questa famiglia tra genitori e figli, tra le sorelle e trovo che il regista Giuseppe Bonito abbia dimostrato una straordinaria sensibilità verso il mondo dell’adolescenza ferita, ma anche verso le madri nei confronti delle quali io nel romanzo sono stata più dura e più spietata; mi piace che invece il suo sguardo sia stato più pietoso nel senso più alto e nobile del termine, nel senso della pietas.

E mi piace anche come ha saputo rappresentare la povertà di questa famiglia che non è certamente soltanto una povertà materiale. Come ha saputo renderla in maniera autentica perché la povertà è uno di quei temi su cui è facile scivolare nel raccontarla, in qualunque modalità che sia quella narrativa o cinematografica.

Ringrazio la scrittrice per la sua umile gentilezza e la sua generosità nel rispondere alle mie domande.

L’Arminuta
Donatella Di Pietrantonio
Casa editrice: Giulio Einaudi

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