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“È morto”. Italia in lutto, se ne va un pezzo di storia del nostro Paese

Ci sono direttori d’orchestra che lasciano dietro di sé una stagione, e altri che diventano parte del suono stesso di un repertorio. Con Bruno Campanella, morto a 83 anni dopo una lunga malattia, la lirica italiana perde una voce autorevole del podio: un musicista capace di accompagnare il canto senza mai sovrastarlo, portando la lezione del belcanto nei teatri più importanti del mondo.

La notizia della scomparsa del maestro barese ha raggiunto il mondo della musica e della cultura nelle ultime ore. Campanella era riconosciuto come uno degli interpreti italiani più rigorosi e apprezzati dell’opera ottocentesca, in particolare del repertorio di Gioachino Rossini, Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti.

La sua carriera, sviluppata nell’arco di decenni tra palcoscenici italiani e internazionali, è stata segnata da un lavoro costante sulla partitura, sulla voce e sulla tradizione teatrale. Un percorso che ha lasciato traccia nelle produzioni dal vivo e in una discografia considerata importante per la diffusione dell’opera italiana.

Dalla formazione a Bari al Conservatorio di Firenze

Nato a Bari il 6 gennaio 1943, Bruno Campanella frequentò il liceo classico Orazio Flacco prima di orientare definitivamente il proprio cammino verso la musica. Il trasferimento a Firenze fu il passaggio decisivo: al Conservatorio Luigi Cherubini ottenne i diplomi in composizione e direzione d’orchestra, costruendo le basi tecniche della futura attività artistica.

Il suo apprendistato si arricchì del confronto con figure centrali del Novecento quali Nino Rota, Luigi Dallapiccola, Hans Swarowsky e Thomas Schippers. Parallelamente si laureò in filosofia, con una tesi sulle religioni buddhiste: una formazione umanistica che contribuì a definire il suo sguardo ampio e analitico sulla musica. Il Teatro Regio di Torino, con cui ebbe un legame professionale duraturo, lo ricorda tra i protagonisti della propria storia recente.

La fedeltà al belcanto e il lavoro nei teatri

Dalla fine degli anni Settanta Campanella si impose come specialista del belcanto. In un repertorio nel quale l’equilibrio fra orchestra e voce è essenziale, le sue direzioni si distinguevano per attenzione allo stile e per la conoscenza delle esigenze teatrali. Rossini, Bellini e Donizetti furono i compositori ai quali il suo nome rimase più strettamente associato.

Dal 1992 al 1995 fu direttore stabile del Regio di Torino, dove inaugurò tre stagioni liriche; in seguito assunse l’incarico di primo direttore ospite. Ma il suo lavoro non conobbe confini nazionali: diresse alla Scala di Milano, alla Fenice di Venezia, al Teatro dell’Opera di Roma e nei maggiori centri della produzione lirica internazionale, dal Metropolitan Opera di New York alla Royal Opera House di Londra.

Una carriera internazionale, tra voci e registrazioni

Nel corso della sua attività Campanella salì sul podio anche alla Lyric Opera di Chicago, alla San Francisco Opera, all’Opéra National de Paris, alla Staatsoper di Vienna, al Liceu di Barcellona, a Santiago del Cile, Montréal e Tokyo. Accanto al belcanto affrontò pagine di Verdi, Stravinskij, Britten e Nino Rota, collaborando con interpreti come Cecilia Bartoli, Juan Diego Flórez, Mariella Devia, Natalie Dessay, Alfredo Kraus e Renato Bruson.

Tra le tappe più significative figura la registrazione del 2002 de La Cecchina, ossia la buona figliuola di Niccolò Piccinni, opera che lo riportò idealmente alla sua Bari. Nello stesso anno il Ministero della Cultura francese gli attribuì il titolo di Officier de l’Ordre des Arts et des Lettres; nel 2017 ricevette in Cina l’Oscar della Lirica alla carriera internazionale. Le incisioni per etichette come Deutsche Grammophon, Decca ed EMI restano una testimonianza concreta della sua ricerca.

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Il lascito di un maestro della lirica italiana

La morte di Bruno Campanella chiude una pagina importante della direzione d’orchestra italiana. Il suo lascito vive nelle registrazioni, nelle produzioni e nel ricordo degli artisti con cui ha lavorato, ma soprattutto nella cura con cui ha restituito al pubblico un repertorio delicato e complesso. Per l’opera italiana, la sua scomparsa non è soltanto la perdita di un grande professionista: è l’addio a un interprete che ha fatto del rispetto per il canto una precisa idea di musica.