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Il potere di Netanyahu visto dalla stanza degli interrogatori

Un uomo siede davanti agli investigatori. Risponde, contesta, a volte sembra stupito dalle domande. È Benjamin Netanyahu, abituato a parlare da un podio e a controllare ogni parola rivolta al pubblico. In The Bibi Files, invece, la telecamera lo riprende mentre deve rispondere alla polizia. È da questo cambio di prospettiva che il documentario di Alexis Bloom trae la sua forza.

La storia del progetto: una fuga di filmati e mille ore da esaminare

La storia di The Bibi Files comincia prima che il film abbia un titolo. Nel 2023 una fonte contatta il documentarista Alex Gibney e gli offre l’accesso a oltre mille ore di registrazioni degli interrogatori svolti nell’ambito delle indagini per corruzione su Netanyahu. Nei video compaiono anche la moglie Sara, il figlio Yair e persone della sua cerchia.

Gibney coinvolge la regista Alexis Bloom e il giornalista investigativo israeliano Raviv Drucker. Il loro compito è trasformare una quantità enorme di materiale in un racconto comprensibile anche a chi non conosce i procedimenti giudiziari israeliani. Il progetto nasce dunque dai filmati trapelati, ma prende forma attraverso il lavoro di selezione, le interviste e la ricostruzione del contesto politico. 

Di cosa parla The Bibi Files

Al centro del documentario ci sono le accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia mosse a Netanyahu, che respinge ogni addebito. Il film ripercorre le indagini sui rapporti tra il leader israeliano, alcuni imprenditori e il mondo dei media. Tra gli episodi esaminati figurano i doni di lusso che, secondo gli investigatori, sarebbero stati ricevuti da Netanyahu e dalla sua famiglia.

Bloom alterna gli interrogatori alle testimonianze e alle immagini d’archivio. Così, ciò che potrebbe apparire come una vicenda giudiziaria difficile da seguire diventa la storia di una rete di relazioni: chi aveva accesso al potere, quali favori venivano richiesti e quale ruolo poteva avere la ricerca di una copertura mediatica favorevole. Il documentario allarga poi lo sguardo dalle accuse personali alle scelte politiche compiute negli anni successivi. 

La recensione: quando le immagini valgono più della voce narrante

Le scene più efficaci sono spesso le più semplici. Netanyahu ascolta una domanda e reagisce; un altro interrogato offre la propria versione; una sequenza d’archivio mostra la distanza tra il linguaggio privato dell’indagine e quello pubblico della politica. Vedere questi momenti produce un effetto che un resoconto scritto difficilmente potrebbe ottenere: permette allo spettatore di osservare esitazioni, irritazione e strategie di risposta, senza che questo basti, da solo, a stabilire la verità delle accuse.

Bloom sa che i filmati sono il cuore del progetto e lascia loro spazio. Il montaggio dà ritmo a una materia complessa e mette in relazione vicende che, prese separatamente, rischierebbero di sembrare soltanto un elenco di casi. È anche la scelta che rende il film accessibile a chi si avvicina per la prima volta alla storia giudiziaria di Netanyahu.

The Bibi Files, però, non si limita a mostrare documenti: sostiene una tesi. Attraverso le persone intervistate, suggerisce che i problemi giudiziari del premier abbiano influito sulle sue alleanze e sulle sue decisioni politiche, fino al rapporto con la guerra a Gaza. È la parte più ambiziosa e controversa del documentario. Le immagini degli interrogatori testimoniano ciò che è stato detto davanti alla polizia; i legami tra quelle indagini e le scelte politiche restano l’interpretazione proposta dal film e dai suoi intervistati. Tenere presente questa distinzione aiuta a guardarlo con attenzione, senza ridurne l’impatto. 

Un film nato tra ostacoli e polemiche

Il progetto incontra difficoltà anche fuori dalla sala di montaggio. Il materiale trapelato impone cautela; trovare finanziatori e distributori si rivela complicato, soprattutto dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 e l’inizio della guerra a Gaza. In Israele la diffusione delle registrazioni degli interrogatori è soggetta a restrizioni legali. Netanyahu ha inoltre cercato di impedire la proiezione del documentario al festival di Toronto nel 2024, senza riuscirci. 

Questa storia produttiva spiega perché The Bibi Files sia diventato esso stesso una notizia. La domanda non riguarda soltanto che cosa mostrino i video, ma anche chi possa renderli pubblici, in quale contesto e con quali conseguenze. Il film porta davanti a un pubblico internazionale immagini che molti conoscevano, fino ad allora, soltanto attraverso resoconti e trascrizioni.

Vale la pena vederlo?

Sì, soprattutto per la qualità del materiale a cui Bloom ha avuto accesso e per il modo in cui riesce a dargli una forma narrativa. The Bibi Files è coinvolgente, talvolta inquietante, e lascia allo spettatore molto su cui riflettere. La sua forza maggiore sta nel far vedere una figura pubblica in una situazione in cui il controllo della scena non dipende interamente da lei.

Va guardato per quello che è: un documentario d’inchiesta con una posizione riconoscibile, non una sentenza. Proprio per questo può essere un punto di partenza utile. Spinge a distinguere i fatti documentati dalle accuse ancora contestate e dalle conclusioni politiche suggerite dai suoi autori. E ricorda quanto possa cambiare la nostra percezione del potere quando, per una volta, siamo noi a osservare chi è abituato a essere ascoltato.