Che cosa accade quando un uomo abituato a considerarsi un vincente arriva alla fine della vita senza mettere in discussione le proprie scelte? È intorno a questa domanda che prende forma Veglia, il romanzo di George Saunders pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Cristiana Mennella.
Al centro della vicenda c’è K.J. Boone, potente dirigente di una compagnia petrolifera. Al suo capezzale arriva Jill “Doll” Blaine, una giovane morta molti anni prima, che nell’aldilà si dedica ad accompagnare chi sta per morire. Il loro incontro mette di fronte due modi profondamente diversi di guardare l’esistenza: il bisogno di offrire conforto e la convinzione di non avere nulla da rimproverarsi.
Un protagonista protetto dalle proprie certezze

Boone offre uno spunto inquietante: si può attraversare la vita provocando sofferenza e continuare a raccontarsi come persone meritevoli. Il successo, in questa prospettiva, diventa una giustificazione capace di assorbire qualsiasi obiezione.
La domanda più interessante riguarda proprio questa difesa interiore. Quanto siamo disponibili a riconoscere un errore quando ammetterlo significa incrinare l’immagine sulla quale abbiamo costruito tutta la nostra identità? È un interrogativo che porta la vicenda oltre il ritratto di un singolo uomo potente e chiama in causa anche il lettore.
I fantasmi e il ritorno delle conseguenze
Intorno al moribondo compaiono presenze umane e animali: il passato e il mondo ferito dalle attività dell’uomo entrano nello spazio privato del suo congedo. La stanza diventa così il luogo simbolico in cui ciò che è stato allontanato torna a chiedere attenzione.
Il fantastico permette di dare una forma visibile a un problema spesso astratto. Le conseguenze delle nostre decisioni possono restare lontane, distribuite nel tempo o nella vita degli altri. Immaginarle riunite davanti a chi le ha prodotte rende più difficile liquidarle come semplici danni collaterali.
L’eco di Dickens
Il confronto con Canto di Natale viene naturale ed è stato riconosciuto dallo stesso Saunders. Nell’intervista a Rivista Studio, lo scrittore richiama anche La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj e Un brav’uomo è difficile da trovare di Flannery O’Connor tra le proprie influenze. La visita dei fantasmi appartiene dunque a una tradizione che usa l’avvicinarsi della morte per interrogare il valore di una vita.
Da questa prospettiva, l’attesa riguarda soprattutto la possibilità di un cambiamento: vedere finalmente gli altri significa anche accettare di perdere qualcosa delle proprie rassicuranti certezze.
Confortare significa assolvere?
Il nodo morale di Veglia è particolarmente fertile. Offrire vicinanza a qualcuno comporta necessariamente perdonarlo? E comprendere le ragioni di una persona quanto ci avvicina a giustificarne le azioni?
Sono domande che richiedono cautela. Una sofferenza individuale merita ascolto, ma il dolore di chi ha subito le conseguenze di quelle azioni non scompare. Leggere il confronto tra Jill e Boone attraverso questa tensione permette di cogliere la difficoltà della compassione: restare accanto a una persona senza cancellare la responsabilità.

Un romanzo da leggere lasciandosi interrogare
Veglia si presenta come una lettura adatta a chi ama il fantastico quando apre questioni concrete: il potere economico, la crisi ambientale, l’autoinganno, il desiderio di trovare pace.
La sua premessa lascia soprattutto una domanda sulla quale vale la pena fermarsi: quanto siamo disposti a conoscere la verità su noi stessi, quando quella verità mette in discussione tutto ciò che ci siamo raccontati?
