Vai al contenuto

Michael Jackson, il ragazzo che diventò più grande della sua stessa leggenda

Ci sono artisti famosi. Poi ci sono figure che finiscono per trasformarsi in qualcosa di molto più grande della musica, del cinema o dello spettacolo. Michael Jackson appartiene a questa seconda categoria. Con il tempo è diventato un simbolo globale, un volto immediatamente riconoscibile in ogni parte del mondo, una presenza così enorme da sembrare quasi irreale. Ed è proprio per questo che Moonwalk sorprende così tanto. Perché dietro il mito emerge continuamente un uomo fragile, pieno di dubbi e incredibilmente solo.

La cosa che colpisce di più leggendo il libro è la distanza enorme tra il modo in cui il pubblico vedeva Michael Jackson e il modo in cui lui vedeva sé stesso. Per il mondo era una superstar irraggiungibile, il re del pop, l’uomo capace di rivoluzionare la musica, i videoclip, la danza e perfino il modo di stare sul palco. Dentro il libro, invece, appare spesso come qualcuno che non riesce mai davvero a sentirsi tranquillo, qualcuno che vive costantemente con la sensazione di dover dimostrare qualcosa.

L’infanzia che non è mai stata davvero un’infanzia

La parte più intensa dell’autobiografia è probabilmente quella dedicata ai Jackson 5. Michael racconta i primi concerti, i viaggi continui, le prove infinite e soprattutto il rapporto con il padre Joseph Jackson, figura durissima e centrale nella costruzione del gruppo.

Leggendo certe pagine si percepisce chiaramente quanto presto sia stato costretto a diventare adulto. Mentre gli altri bambini vivevano una vita normale, lui passava le giornate tra studi di registrazione, palchi e allenamenti continui. E forse è proprio qui che nasce quella malinconia che sembra attraversare tutta la sua esistenza.

Michael Jackson nel libro non parla mai apertamente di tragedia personale, ma si avverte continuamente una specie di nostalgia per qualcosa che non ha mai avuto davvero: una vita semplice.

La musica come ossessione assoluta

Nel libro la musica non appare mai come un semplice lavoro. Per Michael Jackson è tutto. È identità, rifugio, controllo, perfezione.

Quando racconta la creazione degli album più famosi, soprattutto Thriller, emerge un livello di perfezionismo quasi impressionante. Ogni dettaglio viene analizzato, ripensato, modificato. Non esiste nulla lasciato al caso.

E forse è proprio questa ossessione per la perfezione che ha trasformato Michael Jackson in una figura unica nella storia della musica pop.

Leggendo Moonwalk si capisce molto bene che lui non voleva semplicemente fare successo. Voleva creare qualcosa che il pubblico non avesse mai visto prima.

Il rapporto complicato con la fama

Più il successo cresce, più nel libro aumenta la sensazione di isolamento. Michael Jackson sembra vivere continuamente sospeso tra il desiderio di essere amato e la necessità di proteggersi dal mondo esterno.

La fama nel libro appare quasi come una forza gigantesca che lentamente divora tutto il resto. La normalità scompare, le relazioni diventano difficili, ogni gesto viene osservato e trasformato in spettacolo.

Ed è forse questo uno degli aspetti più tristi dell’autobiografia: la sensazione che Michael Jackson non sia mai riuscito davvero a vivere fuori dalla propria immagine pubblica.

Il significato di “Moonwalk”

Anche il titolo sembra raccontare perfettamente la sua figura. Il moonwalk non è soltanto un passo di danza iconico. È quasi una metafora della sua vita.

Michael Jackson sembrava sempre andare avanti dando però l’impressione di scivolare altrove, come se fosse continuamente vicino al pubblico ma irraggiungibile allo stesso tempo.

E leggendo il libro questa sensazione diventa ancora più forte.

Quello che resta davvero dopo l’ultima pagina

Finito Moonwalk, resta soprattutto una sensazione molto malinconica. Non soltanto per ciò che Michael Jackson è diventato, ma per ciò che probabilmente ha perso lungo il percorso.

Dietro il talento immenso, dietro il mito globale e dietro il personaggio che ha cambiato la musica moderna, si intravede continuamente un uomo che cercava ancora sé stesso.

Ed è forse proprio questo che rende Michael Jackson ancora così affascinante oggi.

Non soltanto il genio.
Ma la fragilità che si riusciva sempre a vedere dietro quella perfezione quasi impossibile.