L’ottantesima edizione del Premio Strega si è conclusa con una vittoria che, per molti osservatori, era nell’aria ma che non per questo ha perso valore simbolico. Michele Mari ha conquistato il più prestigioso riconoscimento della narrativa italiana con I convitati di pietra (Einaudi), imponendosi nella finale ospitata, per la prima volta, in Piazza del Campidoglio a Roma. Lo scrittore milanese ha ottenuto 190 voti, precedendo Matteo Nucci e gli altri finalisti, al termine di una serata che ha celebrato gli ottant’anni del premio letterario più influente del Paese.
Ma questa edizione dello Strega non sarà ricordata soltanto per il nome del vincitore. Nelle settimane precedenti alla proclamazione, infatti, il dibattito letterario era stato attraversato dalle polemiche legate ad alcune passate dichiarazioni di Mari su Michela Murgia, tornate al centro dell’attenzione pubblica proprio nei giorni della finale. Una controversia che ha inevitabilmente acceso il confronto mediatico senza però modificare l’esito delle votazioni, confermando come la giuria abbia scelto di valutare soprattutto il valore dell’opera letteraria.
Un romanzo costruito come una lunga sfida al tempo
I convitati di pietra è uno di quei libri che sfuggono alle definizioni più semplici. La trama, almeno all’apparenza, è lineare: un gruppo di ex compagni di liceo milanesi decide, dopo la maturità, di ritrovarsi ogni anno per una cena. Un appuntamento destinato a ripetersi per tutta la vita.
Quello che potrebbe sembrare un semplice rito nostalgico diventa invece il motore di una narghissima riflessione sull’esistenza. Anno dopo anno, le cene si trasformano nello specchio del tempo che passa: cambiano le carriere, gli amori, le delusioni, i rapporti familiari. Ma soprattutto cambia il numero dei partecipanti.
La morte, inizialmente appena evocata, entra progressivamente nella narrazione fino a diventare uno dei veri protagonisti del romanzo. Ogni assenza modifica gli equilibri del gruppo e costringe i sopravvissuti a fare i conti non soltanto con chi non c’è più, ma anche con il proprio inevitabile destino.

Il grande tema della memoria
Chi conosce Michele Mari ritroverà immediatamente la sua cifra stilistica.
Lo scrittore non racconta mai semplicemente una storia: costruisce un universo letterario fatto di richiami, citazioni, giochi linguistici e continui rimandi alla tradizione culturale italiana ed europea. Anche in questo romanzo la lingua diventa protagonista quanto i personaggi.
La memoria, però, non è trattata come semplice nostalgia. È piuttosto un meccanismo capace di deformare il passato, di modificarlo, di renderlo ogni volta diverso a seconda di chi ricorda.
Le cene degli ex compagni assumono così il valore di una sorta di laboratorio della memoria collettiva, dove ogni racconto viene corretto, contestato o riscritto dagli altri partecipanti. Il risultato è un continuo confronto fra il ricordo individuale e quello condiviso, fra ciò che realmente è accaduto e ciò che ciascuno sceglie di conservare.
Un libro che richiede attenzione, ma ripaga il lettore
Non è un romanzo costruito per cercare il successo facile.
Mari non rinuncia mai alla complessità della sua scrittura e nemmeno stavolta sceglie scorciatoie narrative. Alcuni passaggi richiedono concentrazione, altri sono ricchi di riferimenti letterari che il lettore più esperto saprà cogliere con maggiore immediatezza.
È proprio questa la caratteristica che rende I convitati di pietra un’opera destinata a lasciare il segno. La lettura procede lentamente, senza inseguire il colpo di scena, ma accumulando significati che acquistano forza pagina dopo pagina.
Il tempo della narrazione coincide quasi con quello della vita stessa: non ci sono accelerazioni artificiali, bensì un continuo sedimentarsi di esperienze, ricordi e perdite.
Perché ha convinto la giuria dello Strega
La vittoria del Premio Strega rappresenta anche un riconoscimento all’intero percorso artistico di Michele Mari.
Da decenni considerato uno degli autori più originali della narrativa italiana contemporanea, Mari era spesso indicato come uno dei grandi scrittori mai premiati dallo Strega. I convitati di pietra sembra aver riunito tutte le qualità che hanno caratterizzato la sua produzione: raffinatezza linguistica, profondità psicologica, sperimentazione narrativa e una straordinaria capacità di trasformare vicende apparentemente ordinarie in riflessioni universali sull’esistenza.
Non sorprende, dunque, che molti critici abbiano interpretato questa vittoria anche come il riconoscimento di un’intera carriera, oltre che del valore del singolo romanzo.

Una recensione
I convitati di pietra non è il classico vincitore del Premio Strega destinato a conquistare immediatamente il grande pubblico. Richiede tempo, disponibilità e una certa familiarità con una scrittura ricca e stratificata. Ma proprio per questo lascia un’impressione duratura.
Mari racconta il trascorrere degli anni con una lucidità che raramente diventa sentimentalismo. Ogni personaggio porta sulle spalle il peso delle proprie scelte, dei propri fallimenti e delle occasioni perdute, mentre il rituale della cena annuale assume il valore di una metafora della vita: un appuntamento che continua finché qualcuno resta a sedersi attorno al tavolo.
È un romanzo che parla della morte senza essere cupo, della memoria senza essere nostalgico e dell’amicizia senza indulgere nella retorica. La sua forza risiede proprio nell’equilibrio tra profondità filosofica e concretezza narrativa.
La vittoria dello Strega 2026 conferma che la letteratura italiana continua a premiare opere capaci di sfidare il lettore anziché assecondarlo. E I convitati di pietra rappresenta perfettamente questa idea di narrativa: un libro da leggere con calma, destinato a rimanere nella memoria molto tempo dopo aver chiuso l’ultima pagina.