Quanto c’è di personale nelle convinzioni che difendiamo con maggiore sicurezza? E quanto, invece, dipende dal desiderio di appartenere a un gruppo? Sono domande con cui vale la pena avvicinarsi a Psicologia delle folle, pubblicato da Gustave Le Bon nel 1895. Al centro del saggio c’è una tesi inquietante: in determinate condizioni, l’individuo immerso nella folla può pensare e agire in maniera profondamente diversa da come farebbe da solo.
Il suo interesse, oggi, non sta nell’offrire una spiegazione definitiva del comportamento collettivo. Sta soprattutto nella possibilità di incrinare una certezza rassicurante: quella di essere sempre autonomi, razionali e impermeabili all’influenza degli altri.
Di cosa parla Psicologia delle folle

Per Le Bon, una folla non coincide semplicemente con un insieme di persone riunite nello stesso luogo. Diventa una realtà psicologica quando sentimenti e idee assumono una direzione comune e la personalità cosciente dei singoli tende a passare in secondo piano. È questa trasformazione, più che il numero dei partecipanti, a interessare l’autore.
La sua spiegazione ruota intorno al senso di potenza e di minore responsabilità favorito dall’anonimato, al contagio e alla suggestionabilità. Secondo questa prospettiva, l’appartenenza alla massa rende più facile adottare emozioni e comportamenti condivisi, anche sacrificando il proprio interesse. Sarebbe però inesatto ridurre il libro alla descrizione di una folla soltanto distruttiva: Le Bon le riconosce anche generosità, capacità di sacrificio ed eroismo, pur interpretandoli attraverso il predominio degli impulsi sulla riflessione.
La domanda che queste pagine suggeriscono al lettore è scomoda: quando sosteniamo una posizione, stiamo davvero valutando gli argomenti oppure stiamo proteggendo il nostro posto nel gruppo?
Il potere delle parole e di chi le pronuncia
Tra i passaggi più incisivi ci sono quelli dedicati ai capi e ai mezzi della persuasione. Le Bon individua nell’affermazione, nella ripetizione e nel contagio strumenti decisivi per diffondere convinzioni. A questi si aggiunge il prestigio: l’ascendente esercitato da una persona, da un’idea o persino da un nome, capace, nella sua interpretazione, di ostacolare il giudizio critico.
È una parte che invita a interrogarsi sulla differenza fra convincere e dimostrare. Una frase pronunciata con sicurezza merita più fiducia di un ragionamento prudente? Un messaggio diventa credibile perché è fondato oppure perché continua a tornarci davanti?
Il valore di questi capitoli non consiste nel consegnare una formula infallibile per dominare gli altri. Consiste nell’offrire domande utili per esaminare il rapporto fra linguaggio, autorità e adesione.
Una scrittura incisiva, ma non neutrale
Sul piano espositivo, il saggio colpisce per il tono assertivo. Le Bon procede attraverso classificazioni, esempi storici e formulazioni nette: una scelta che rende il ragionamento riconoscibile, ma può dare alle sue generalizzazioni un’apparenza di certezza superiore alla loro dimostrazione. Il lettore deve distinguere la forza retorica di una frase dalla solidità della spiegazione che propone.
Esistono inoltre limiti che non sarebbe corretto nascondere dietro il prestigio del classico. Il testo contiene gerarchie razziali e giudizi sessisti, arrivando ad accostare donne e popolazioni considerate “primitive” a presunte forme inferiori di sviluppo. Queste concezioni non sono semplici dettagli sgradevoli: entrano nella costruzione del suo modello interpretativo.
Leggere criticamente Le Bon significa quindi applicare anche all’autore la diffidenza verso l’autorità che il libro può suscitare. Una pagina memorabile non è necessariamente una pagina convincente; un’intuizione suggestiva non diventa una legge universale soltanto perché viene espressa senza esitazioni.
L’edizione Ibex e il richiamo alle folle digitali

L’edizione Ibex mostrata in copertina propone la traduzione di Giò Fumagalli, una prefazione di Eugenio Miccoli e un approfondimento sulle folle digitali. Secondo la presentazione dell’editore, la postfazione mette in relazione le tesi ottocentesche con le aggregazioni online, considerando anche differenze legate ad algoritmi e contenuti sponsorizzati. Questa parte contemporanea va distinta dall’opera originale di Le Bon.
È un accostamento che offre uno spunto di lettura interessante, purché non si trasformi nell’idea che l’autore avesse già spiegato Internet. Un confronto fra una piazza e una discussione sui social può suggerire interrogativi; non dimostra automaticamente che entrambe funzionino nello stesso modo.
Anche il richiamo in copertina alla manipolazione va preso come una chiave editoriale, non come l’unica possibile interpretazione dell’opera. Leggerla soltanto come un manuale di controllo rischia di impoverirne le contraddizioni.
Perché leggerlo oggi, senza prenderlo alla lettera
La ricerca successiva offre un contrappeso importante. Studi sulle emergenze, come quello di John Drury, Chris Cocking e Steve Reicher, hanno rilevato che un’identità condivisa può favorire solidarietà e aiuto reciproco. L’appartenenza collettiva, dunque, non deve essere interpretata necessariamente come perdita di controllo o annullamento del giudizio.
È proprio il confronto con questi limiti a rendere produttiva la lettura. Psicologia delle folle merita attenzione da parte di chi si interessa di comunicazione, politica e formazione del consenso, ma non dovrebbe diventare una scorciatoia per liquidare come irrazionali tutte le persone che la pensano diversamente.
Il giudizio finale è quello di un classico stimolante e problematico: efficace nel sollevare domande, molto meno affidabile quando pretende risposte assolute. La lettura migliore non è quella che ci convince di aver finalmente capito come manipolare gli altri. È quella che ci rende meno sicuri di essere, noi, sempre al riparo dall’influenza collettiva.