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L’America 150 anni prima di Colombo: Marckalada, la terra dei giganti

Una clamorosa menzione di una terra situata al di là dell’Atlantico è stata individuata in un’opera inedita medievale, scritta dal domenicano Galvano Fiamma intorno al 1340: la scoperta è nata all’interno di un progetto didattico della Statale di Milano, cui hanno collaborato numerosi studenti di Lettere, ed è stata pubblicata sulla rivista statunitense Terrae incognitae, dedicata alla storia delle esplorazioni.

Dal punto di vista della storiografia, dell’insegnamento scolastico e del pensiero comune, il continente americano entra nell’orbita delle conoscenze degli europei con la spedizione di Cristoforo Colombo del 1492. E se anche altri viaggiatori toccarono quelle terre prima dell’impresa del grande navigatore (le origini genovesi del quale sono anch’esse oggetto di discussione da secoli) nulla cambiò per l’uomo. È solo con l’impresa conclusasi nell’ottobre del 1492 sull’isola poi battezzata di San Salvador che la storia ebbe uno scarto. Se anche altri incrociarono quel mondo sconosciuto, lo fecero senza conseguenze. Con Colombo, invece, inizia la colonizzazione europea delle Americhe.

La notizia dell’esistenza di terre al di là dell’Atlantico, tuttavia, non era mai stata documentata fino a questo momento, fuori dalla Scandinavia; ma adesso la ricerca in corso presso la Statale dimostra che con ogni probabilità qualcosa se ne sapeva anche più a sud.

Il progetto scientifico e didattico, attivo da alcuni anni presso il Dipartimento di Studi Letterari Filologici e Linguistici, coordinato da Paolo Chiesa, docente di Letteratura latina medievale e umanistica, ha portato alla luce una clamorosa menzione di terre oltreatlantiche che precede di circa 150 anni il viaggio di Colombo. La menzione proviene da Milano: si trova nella Cronica universalis del domenicano Galvano Fiamma, autore di varie cronache scritte nel periodo visconteo. All’interno di quest’opera, ancora inedita e oggetto di studio da parte del progetto, si trova il riferimento a una terra di nome Marckalada, certo da identificare con quella chiamata Markland nelle saghe norrene.

Questa la traduzione italiana del passaggio di Galvano, scritto originariamente in latino: «I marinai che percorrono i mari della Danimarca e della Norvegia dicono che oltre la Norvegia, verso settentrione, si trova l’Islanda. Più oltre c’è un’isola detta Grolandia…; e ancora oltre, verso occidente, c’è una terra chiamata Marckalada. Gli abitanti del posto sono dei giganti: lì si trovano edifici di pietre così grosse che nessun uomo sarebbe in grado di metterle in posa, se non grandissimi giganti. Lì crescono alberi verdi e vivono moltissimi animali e uccelli. Però non c’è mai stato nessun marinaio che sia riuscito a sapere con certezza notizie su questa terra e sulle sue caratteristiche».

È probabile che la notizia giunga a Galvano da Genova, città con cui lo scrittore aveva contatti, e che i marinai di cui si parla siano navigatori genovesi che commerciavano con le regioni del nord. L’interesse della scoperta sta nel fatto che riapre una questione lungamente dibattuta, ma sulla quale non vi era nessuna documentazione: se a Genova, prima di Colombo, circolassero informazioni sull’esistenza di terre oltreatlantiche, e se una eventuale notizia, anche vaga, della loro esistenza avesse reso più accettabile il rischio della spedizione del 1492.

«La menzione dell’America è solo una delle sorprese che riserva la Cronica universalis di Galvano Fiamma», spiega Paolo Chiesa, «anche se probabilmente è la più clamorosa. Si tratta di un’opera inedita, sulla quale abbiamo costruito un progetto didattico cui hanno collaborato parecchi studenti con le loro tesi, dividendosi la trascrizione del manoscritto e la resa in pulito del testo. Gli studenti hanno imparato molto da questa esperienza, e hanno ora anche la soddisfazione di vedere che il loro lavoro ha un esito scientifico sorprendente».

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