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La libertà dell’arbitrio, da Platone a Dante attraverso la scienza dello yoga

Il dibattito sulle libertà è tema quanto mai attuale in un mondo brutalmente investito da una pandemia. Da più parti, e sebbene con sfumature diverse, ogni giorno si odono grida di denuncia che vanno dalla “dittatura sanitaria” al “no green pass”, fino a un supposto “terrorismo mediatico” che sarebbe sapientemente orchestrato per indurci a rinunciare pacificamente ai nostri diritti.

Il fatto che, talvolta, alcune di queste istanze siano supportate da intellettuali e finanche da filosofi, quantomeno di professione, rende evidente come sia stringente rivedere dalle fondamenta il nostro concetto di libertà. In questo quadro potrà sembrare sorprendente come l’autore scelga di non parlare mai della pandemia in corso, preferendo una filosofia che sappia essere attuale senza scadere nella cronaca, una filosofia che indichi una stella polare lasciando al lettore l’onere, e la libertà, di tracciare da sé il percorso attraverso la contingenza.

Fin dal titolo, l’autore richiama la dicotomia fra libertà e arbitrio che sarà poi uno dei leitmotiv dell’opera. L’arbitrio libero è infatti la negazione della libertà che, invece, può sussistere solo regolando quell’arbitrio alla morale. E’ dunque proprio la morale che, secondo l’autore, realizza “la libertà dell’arbitrio”.

Si tratta di una visione esplicitamente kantiana e yogica che Fulci contrappone a quella hegeliana che, secondo l’autore, sarebbe reo di aver compiuto quella “estroversione” della libertà che oggi caratterizza la nostra società, nella quale tanto “siamo intransigenti e ci preoccupiamo di rivendicare e difendere le nostre libertà sociali e politiche, il nostro essere liberi come cittadini, tanto siamo accondiscendenti e non curanti delle nostre mille dipendenze da caffè, droga, farmaci, televisione, relazioni sentimentali, cellulari, luoghi di incontro, animali domestici”.

Da qui l’esigenza di riportare il focus in una posizione maggiormente “introvertita”, tipica delle società tradizionali e, fra tutte, di quella vedica. Vero manifesto di questo intento è l’immagine che campeggia in copertina, decodificata dal grecista Angelo Tonelli nella Prefazione, in essa “due cavalli in posa antropomorfa guardano oziosamente la TV bevendo e fumando […] Distratti dai vizi e assorti in quella fantasticheria, i cavalli non si accorgono che basterebbe alzare la testa per trovare un cavallo alato in carne e ossa in grado, forse, di insegnare loro a volare, né si rendono conto che anch’essi sono dotati di ali”.

Lo sviluppo di questi temi procede in un continuo e proficuo dialogo fra la filosofia occidentale e quella orientale con un duplice e dichiarato intento “da una parte, avvicinare il filosofo allo yoga, visto spesso dalla categoria con diffidenza; dall’altra parte, avvicinare alla filosofia il praticante di yoga il quale, spesso, la tratta con la stessa diffidenza”. Ne viene fuori un saggio sicuramente innovativo e coraggioso, capace di soddisfare gli addetti ai lavori, anche grazie ad una ricca e curata bibliografia, senza però perdere il carattere divulgativo tipico delle opere sulla filosofia e la psicologia indovedica di Marco Ferrini, a cui Fulci chiaramente si ispira.

Giovanni Fulci
La libertà dell’arbitrio. Da Platone, a Dante fino a Evola attraverso la scienza dello yoga
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